Lavoratori (digitali) cercansi


Secondo un report di Banca Ifis un’azienda italiana su due non trova personale a cui affidare la propria digitalizzazione, accelerata dalla pandemia. Il professor Frattini, del Politecnico di Milano, rinviene le cause del “mismatch” nella scuola, nella scarsa vocazione alla formazione e nei salari

“Attualmente in Italia il fenomeno della ricerca di nuove competenze, in ambito digitale ma anche multidisciplinare, ha dimensioni enormi” esordisce il professor Federico Frattini, ordinario di ingegneria economico-gestionale al Politecnico di Milano. Tanto per mettere in chiaro la fondatezza dell’allarme appena lanciato dall’osservatorio di Banca Ifis che, sulla base dei propri dati, indica nell’83% la percentuale di piccole e medie imprese (PMI) più o meno disperatamente a caccia di competenze innovative. Il medesimo report rivela che la fortuna di trovare le professionalità richieste arride a un’azienda su due, mentre l’altro 50% è costretto ad arrangiarsi come capita in attesa di rinvenire i profili di cui si avverte il bisogno, soprattutto in ambito digitale e industria 4.0.

Questo del “Digital Mismatch” come viene definito in inglese il deficit digitale, è un problema annoso dell’impresa, ma anche della scuola italiana. Il professor Frattini ne parla come di “un tema molto complesso, alla cui base si rinvengono molteplici fattori, fra loro connessi”, aggiungendo a tale proposito un’importante contestualizzazione, relativa alla pandemia in corso: “In conseguenza della spinta verso la digitalizzazione determinata dal Covid-19 – asserisce Frattini – i processi di digital transformation e di innovazione delle nostre imprese, comprese le PMI storicamente indietro su questo fronte, si sono molto accelerati. E ciò concorre a produrre in questo ambito una domanda di competenze professionali senza precedenti. Di certo, questo fabbisogno potrebbe essere in parte soddisfatto, anche se di certo non del tutto, da un rallentamento della fuga dei cervelli all’estero, le cui dimensioni sono state in una qualche misura ridotte dalla pandemia”.

Sono rilievi che trovano conferma nei numeri del Desi 2021, l’annuale “Digital Economy and Digital Index” che l’Unione Europea redige e pubblica sullo stato di salute digitale dei Paesi aderenti. E’ una classifica dove l’Italia sta discretamente meglio rispetto al 2020, ma senza per questo avere trovato rimedio a problemi troppo annosi per essere cancellati con un colpo di spugna. Si può dunque guardare con un minimo di ritrovata fiducia ai cinque posti scalati sul fondo della classifica europea, dove l’Italia risale dal 25° al 20° posto, lasciandosi alle spalle sette Paesi e non più solo due, come accadeva nel 2020. Nello stesso tempo occorre ammettere che, per quanto riguarda il capitale umano fatto di professionalità e competenze, questo deficit rimane pesante, ancora da 25° posto in Europa secondo il Desi 2021, nonché destinato a cure lunghe e inevitabilmente costose.

Frattini individua tre cause principali di questo mismatch: gli attuali limiti formativi della scuola italiana, la mancanza di modelli di riferimento per la formazione post-laurea, e la scarsa competitività delle retribuzioni per i giovani al primo impiego. Entrando nel dettaglio, a proposito di scuola il docente del Politecnico milanese precisa: “Balza agli occhi la difficoltà che il nostro sistema di formazione secondaria e terziaria mostra nel formare competenze e abilità non solo direttamente applicabili nel mondo delle imprese, ma anche tempestivamente allineate alle mutevoli esigenze del mondo produttivo: si pensi in questo senso alla scarsa diffusione che il modello degli Istituti Tecnici Superiori (ITS) ha nel nostro Paese rispetto, ad esempio, alla Germania”.

“Visto che è in fase di discussione un’interessante riforma dell’istruzione tecnica – continua Frattini – speriamo possa dare gli esiti sperati, anche grazie alle risorse previste per questo capitolo dal PNRR governativo. Restano comunque da superare, in ambito post-diploma, le notorie difficoltà di realizzare in modo estensivo e pervasivo dei percorsi di collaborazione tra università e imprese per garantire esperienze formative applicative agli studenti universitari”.

Ma il quadro resta critico anche dopo il conseguimento di una laurea. “La seconda causa – conferma il professor Frattini – va infatti ricercata nella mancanza di un’offerta seria di formazione post-laurea in termini di aggiornamento professionale. Mi riferisco a quello che si chiama Continuous Learning o Lifelong Learning, ovvero a qualcosa di fondamentale per mantenere allineamento tra le competenze di chi già lavora e gli obiettivi in  costante evoluzione delle imprese. Si pensi ad esempio all’esiguo numero di Business School presenti nel nostro Paese, in confronto con quanto accade in Gran Bretagna o in Spagna”.

“Ma è anche un problema di mancanza di cultura perché, oltre a una latenza di offerta di questi servizi – continua il docente di ingegneria economica gestionale – in Italia si rileva una diffusa e dominante mancanza di domanda, da parte di individui ed imprese, in tema di formazione e aggiornamento professionale. Anche se la situazione sta cambiando, per troppi anni professionisti, tecnici e imprenditori hanno visto la formazione post-laurea come un costo, da ridurre all’osso o alla peggio da finanziare con i più svariati strumenti, dimenticando che costituisce invece un investimento per il futuro”.

Infine, si staglia la terza causa indicata da Frattini, ovvero le carenze e le insicurezze retributive. Quanto all’esodo dei cervelli italiani, da molti rilevato negli ultimi anni – asserisce il docente – di certo il contesto lavorativo che le nostre imprese possono offrire, per motivi istituzionali, burocratici e fiscali, non è competitivo, anzi, è sempre meno competitivo rispetto a quanto offrono anche vicini Paesi europei, specialmente a giovani neo-laureati. Questi ultimi possono trovare posizioni lavorative in Francia o in Germania, per fare degli esempi, percependo fra una volta e mezzo e due volte in più, in termini di retribuzione lorda annua, rispetto a quanto monetizzerebbero in Italia”.

“Ciò, pur non spiegando tutti i problemi osservati in questo ambito – conclude Federico Frattini – comporta un’emorragia di professionalità di valore verso altri Paesi, e alimenta un fenomeno che di certo non aiuta a colmare il gap di competenze riscontrabile oggi in Italia, verosimilmente destinato a perdurare anche nei prossimi anni”.