La filiera dell’impiantistica e i rischi per edifici, imprese e transizione energetica

13 Febbraio 2026 Ilaria Rebecchi


Dietro i grandi progetti di digitalizzazione e sostenibilità del costruito, emerge un nodo critico che rischia di rallentare l’intera transizione energetica italiana: la crisi del settore impiantistico. Un comparto che, pur rappresentando una componente essenziale dell’economia nazionale, oggi si trova stretto tra numeri di rilievo e difficoltà strutturali profonde.

Secondo un recente rapporto CRESME, l’Italia si conferma tra i paesi europei con il più alto valore della produzione impiantistica — circa 92,3 miliardi di euro — e nel 2023 il mercato dell’installazione tecnica ha rappresentato oltre il 27% del totale del valore nella filiera edilizia. Numeri di peso, ma che non cancellano la percezione di rallentamento congiunturale e una previsione meno favorevole per gli anni a venire.

La doppia velocità del mercato: competenze e frammentazione

Dietro alla superficie di grande produzione, il settore impiantistico italiano mostra crepe profonde: la carenza di operatori altamente qualificati, una offerta frammentata e la prevalenza di microimprese rendono difficile rispondere con efficacia alle esigenze più complesse dei cantieri moderni.

In un mercato in rapida evoluzione — dove l’adozione di pompe di calore, l’integrazione termica-elettrica e gli impianti smart diventano sempre più criteri competitivi — queste lacune tecniche si traducono in un freno alla crescita e all’innovazione. La distribuzione geografica disomogenea delle competenze accentua poi il problema, con territori capaci di performare bene e altri che arrancano.

Norme europee

La nuova Direttiva europea sulle prestazioni energetiche degli edifici (EPBD4), con requisiti sempre più stringenti su efficienza energetica, certificazioni e impianti, mette ulteriore pressione su un mercato già sotto stress. Per rispondere alle sfide della normativa — che richiede interventi tecnici più qualificati, integrati e digitali — la filiera degli installatori deve dimostrarsi pronta non solo dal punto di vista tecnologico, ma anche formativo e organizzativo.

Questa accelerazione normativa rischia infatti di accentuare il divario tra domanda e offerta professionale: la crescente richiesta di competenze avanzate non trova corrispondenza in percorsi formativi adeguati e in un ricambio generazionale efficace.

Tre linee di azione

Per trasformare la crisi in opportunità, l’analisi indica e suggerisce tre azioni:

  1. Investire nella formazione e riqualificazione professionale, creando percorsi certificati e aggiornati per installatori di tecnologie ad alta efficienza.
  2. Promuovere politiche industriali che favoriscano l’aggregazione di imprese e la nascita di filiere verticali robuste.
  3. Accompagnare le imprese con strumenti normativi e finanziari che traducano le regole in opportunità reali di mercato. Solo così, sostengono gli analisti, sarà possibile trasformare la transizione energetica in un volano di occupazione qualificata e innovazione produttiva, recuperando attrattività per una professione oggi sempre meno considerata appetibile dai giovani.

Un settore chiave in bilico tra tradizione e futuro

Questa fase delicata riflette una tensione più ampia: la necessità di coniugare un patrimonio di competenze storico con la modernità tecnologica richiesta dalla decarbonizzazione e dalla digitalizzazione. Se superata con visione e interventi mirati, la crisi può infatti diventare un’occasione per rafforzare l’intero sistema produttivo italiano, facendo della filiera impiantistica un motore di crescita sostenibile e competenze avanzate.

 

 

 

 

 

Fonte: Smart Buildings Alliance

 

Ilaria Rebecchi

Executive Editor della rivista e del portale Smart Building Italia, lavora come Giornalista e Senior Copywriter specializzata in settori come tecnologia e digitale, creatività e social media.