Comunità energetiche rinnovabili: i risultati delle politiche europee al vaglio della Corte dei Conti Europea
Le comunità energetiche rappresentano uno dei pilastri più promettenti della transizione energetica europea.
La loro capacità di “produrre, condividere e consumare energia rinnovabile” in modo collettivo le rende strumenti chiave per democratizzare l’energia, ridurre la povertà energetica e accelerare la decarbonizzazione. Tuttavia, secondo la “Relazione speciale 10/2026 della Corte dei conti europea (ECA)”, il potenziale delle comunità energetiche è ancora lontano dall’essere pienamente sfruttato.
C’è un paradosso che attraversa la transizione energetica europea: le comunità energetiche sono celebrate come uno dei motori della decarbonizzazione, ma l’Unione non ha ancora costruito il motore. O meglio: ha montato i pezzi, ma senza schema elettrico, senza collaudo e senza verificare che i cavi arrivino davvero dove dovrebberoLa relazione speciale 10/2026 della Corte dei Conti Europea lo dice con una chiarezza che dovrebbe far rumore: l’obiettivo UE di avere una comunità energetica in ogni comune sopra i 10.000 abitanti entro il 2025 è destinato a fallire. Nel gennaio 2025 eravamo al 27%. Non un ritardo: un fallimento strutturale.
Eppure, la narrazione ufficiale continua a dipingere le comunità energetiche come la soluzione perfetta per tutto: partecipazione, inclusione, rinnovabili, resilienza, povertà energetica.
Ma la realtà è molto meno luminosa.
-
Definizioni confuse: l’UE ha creato un labirinto normativo
Il rapporto è netto: “le definizioni […] di comunità energetiche non sono chiare: vi sono differenze per alcuni aspetti ma anche sovrapposizioni.”
L’UE ha creato due definizioni (RED II e IMED) che si sovrappongono, divergono, si incastrano male.
-
Obiettivi ambiziosi, ma senza fondazioni
L’obiettivo europeo non è SMART: non è misurabile, non è realistico, non è supportato da un sistema di monitoraggio, “è difficilmente misurabile e scarsamente pertinente”. E soprattutto: “non è stato nemmeno approvato formalmente dagli Stati membri”, un obiettivo politico senza ownership è un obiettivo morto.
-
Il mito del contributo alla produzione rinnovabile
Nella valutazione d’impatto della RED II del 2016, la Commissione affermava che nell’UE, entro il 2030, le comunità energetiche sarebbero potute arrivare a detenere più di 50 GW di energia eolica e più di 50 GW di energia solare, pari rispettivamente al 17 % e al 21 % della capacità installata. La Corte smonta questa fantasia: “le cooperative energetiche nei Paesi Bassi potrebbero contribuire a circa il 4%”. Non è un errore di calcolo: è un errore di visione, si è confuso un modello sociale con un modello industriale.
-
Reti congestionate: il vero collo di bottiglia
Il rapporto mette in luce un problema che molti fingono di non vedere: le reti elettriche non sono pronte, “i ritardi e i rifiuti di connessione dovuti alla congestione della rete rallentano lo sviluppo delle comunità energetiche.”
L’Italia non ha stabilito procedure o priorità specifiche per le comunità energetiche, benché i gestori di rete siano tenuti dare la priorità alle richieste di connessione degli impianti di produzione da fonte rinnovabile ed a trattarle entro termini specifici – ad esempio, entro 10 giorni per gli impianti fotovoltaici fino a 200 kW. Tuttavia, il tempo medio di connessione per un grande DSO è stato di 105 giorni nel 2024.
Eppure, nel dibattito pubblico si continua a parlare di incentivi, modelli di governance, partecipazione, ma senza una rete smart, una comunità energetica non coglie appieno le opportunità. Dobbiamo anche considerare che la regolazione ad es. in Italia, non consente ancora di accedere ai meccanismi di flessibilità energetica, un’opportunità per le comunità energetiche
-
Inclusione sociale: un obiettivo evocato, non realizzato
L “inclusione sociale” è considerata una dimensione necessaria della transizione, essa implica la partecipazione all’interno di un quadro predefinito elaborato dagli attori istituzionali. In questa prospettiva, i cittadini non sono membri passivi delle comunità energetiche, sono riconosciuti come co-produttori della transizione.
Di conseguenza, il ruolo del comune si evolve, anziché agire come unico fornitore, regolatore o controllore, l’ente locale diventa un facilitatore. Crea le condizioni istituzionali che rendono possibile l’azione collettiva: facilitando l’accesso alle informazioni, riducendo gli ostacoli burocratici, allineando le strategie locali ai quadri normativi europei e garantendo che i gruppi vulnerabili non siano esclusi dalle opportunità emergenti.
Questa funzione abilitante è sempre più riconosciuta a livello europeo come un fattore critico di successo per le comunità energetiche, tuttavia, i modelli operativi e legislativi in grado di strutturare questo ruolo in modo coerente e replicabile rimangono limitati.
Le comunità energetiche dovrebbero essere un antidoto alla povertà energetica, vengono presentate come strumenti di equità, la realtà è diversa: il 60% delle comunità energetiche consultate dalla Corte non offre benefici alle famiglie vulnerabili.È un dato che dovrebbe far riflettere: la transizione energetica non è automaticamente equa. La transizione energetica, se non progettata con attenzione, riproduce le disuguaglianze invece di ridurle.
-
Incentivi: efficaci ma disomogenei
La mancanza di finanziamenti prevedibili e accessibili è stata riconosciuta come un grave ostacolo per le comunità energetiche, in particolare nelle prime fasi di sviluppo dei progetti.
La Corte conclude:
“Il sostegno pubblico […] consente periodi di recupero in linea con le aspettative della Commissione (meno di 10 anni).”
Il rapporto della Corte dei conti europea non è un atto d’accusa: è un test di realtà.
Le comunità energetiche possono essere un pilastro della transizione energetica, ma solo se l’UE decide di smettere di trattarle come un esercizio di comunicazione e inizia a costruire definizioni chiare e obiettivi misurabili, promuovere l’adeguamento delle reti elettriche, introdurre strumenti per i condomìni, prevedere politiche sociali integrate e incentivi coerenti.
Il rapporto evidenzia un quadro chiaro: le comunità energetiche sono uno strumento strategico, ma l’Europa non ha ancora creato le condizioni per una loro diffusione sistemica e per superare i principali gap tecnici e regolatori.
La Commissione europea deve chiarire definizioni e modelli organizzativi, rendere obbligatori target nazionali nei PNEC, rafforzare il monitoraggio centralizzato, incentivare lo stoccaggio come prerequisito per la connessione.
Gli Stati membri devono completare il recepimento normativo, pubblicare valutazioni degli ostacoli, semplificare le procedure per i condomini, introdurre incentivi mirati per famiglie vulnerabili.
Oggi il quadro è questo: un potenziale enorme, ma un sistema che non lo sa ancora accogliere.
La transizione energetica non si fa con gli slogan, si fa con infrastrutture, governance, chiarezza normativa e capacità di ascoltare chi le comunità energetiche le costruisce davvero.





