La transizione energetica ha bisogno del fotovoltaico domestico

25 Luglio 2025 Luca Baldin


Luci e ombre nello studio di RSE

Nell’immaginario collettivo – e spesso anche nel percepito degli operatori della filiera – la grande partita della transizione energetica si giocherà sui mega impianti. Campi fotovoltaici di ettari, campi eolici sempre più grandi e infine, a corollario, centrali nucleari.

Pochi si soffermano su un concetto che viceversa sta investendo trasversalmente l’intero comparto tecnologico, ovvero quello che si definisce “edge”, che nel campo dell’elaborazione dei dati significa letteralmente “spostare ai bordi”, ovvero avvicinare domanda e offerta del servizio computazionale, in alternativa alla centralizzazione su cui si basa il concetto di “cloud”.

Possiamo immaginare anche una “edge energy”? Senza dubbio, senza che nessuno l’abbia teorizzata, la risposta è sì. Anzi, se si vorrà raggiungere l’obiettivo posto dal PNIEC  al 2030, sembra essere una  strada obbligata, favorita anche dalla maggiore semplicità nella realizzazione e nel processo autorizzativo.

Non partiamo del resto da zero, se si pensa che dal 2006 al 2023 la produzione di energia da fotovoltaico domestico è balzata da soli 35GWh a 30.7 TWh, ma la strada è ancora in salita, al punto che RSE, la società in house del GSE e quindi del MASE, ha prodotto uno studio volto a comprendere le dinamiche di questo mercato al fine di identificare gli stimoli e i correttivi necessari a farlo decollare.

Il primo dato che emerge dallo studio è la disomogeneità territoriale, con aree del Paese in cui il fotovoltaico domestico si è sviluppato bene ed altre in cui risulta ancora molto frenato.

Dallo studio di RSE intitolato “Understanding the drivers for residential photovoltaic installation” e che ha analizzato i dati dei 7904 comuni italiani, è emerso che a determinare l’adozione o meno di impianti fotovoltaici in ambito residenziale entrano in gioco numerosi fattori, tra i quali i più rilevanti sembrano essere la densità di popolazione, i livelli di reddito, l’età media degli occupanti e le caratteristiche dell’ambiente costruito. A questi si aggiungono poi alcuni fattori ambientali, più rilevanti in alcuni siti che in altri, come il contesto territoriale.

Se alcuni dei dati raccolti sembrano solo confermare la percezione generale (la disponibilità economica in particolare, con l’esigenza di politiche tali da contenere questo gap tra i territori), interessante è invece il legame, specie nel nord del Paese e in Sardegna, tra innovazione e età degli occupanti. Le popolazioni più giovani, infatti, risultano essere più inclini ad adottare le nuove tecnologie, in particolare nelle regioni in cui la proprietà della casa e le ristrutturazioni edilizie facilitano l’integrazione dei sistemi.

Grande rilevanza sembra avere anche l’effetto “imitazione”, che porta naturalmente i cittadini a ricalcare i comportamenti più virtuosi dei vicini, rivelando una stretta relazione tra dinamiche sociali e spaziali e generando una sorta di gemmazione naturale attorno a dei nuclei pilota. Una tendenza che si registra anche nello sviluppo delle comunità energetiche (CER), che paiono seguire dinamiche molto simili, con un forte sviluppo nell’Italia settentrionale grazie alla presenza di reti sociali consolidate che facilitano gli investimenti collettivi, ma che trova applicazione anche in Sicilia, dove interventi incentivanti mirati a livello regionale hanno permesso di promuovere lo sviluppo delle CER nei Comuni.

Luca Baldin

Project Manager di Pentastudio e della piattaforma di informazione e marketing Smart Building Italia. È event manager della Fiera Smart Building Expo di Milano e Smart Building Levante di Bari. Dirige la rivista Smart Building Italia.