Start Up italiane: caccia al primo “unicorno”


Così vengono definite le nuove aziende hi-tech che riescono a raccogliere finanziamenti per un miliardo sui loro progetti. Nel nostro Paese l’attuale record è di 200 milioni, ma sembra destinato a essere superato vista la positiva resilienza opposta dall’intero sistema alla pandemia in corso. Infatti, gli investimenti continuano…

Start-up, è caccia grossa al primo “unicorno” italiano, come vengono chiamate queste nuove aziende hi-tech quando riescono a sfondare il tetto del miliardo di capitale. Con una competition resa agguerrita non solo dalle ristrettezze congiunturali dovute alla pandemia in corso, ma anche dalle sfide di un’innovazione tecnologica che comunque non si ferma, e chiama piuttosto in causa sempre nuovi fattori in grado di fare la differenza fra gli attori in lizza, come ad esempio le piattaforme low code.

Nell’attesa, le start-up si confermano una speranza per la ripresa dell’Italia, alimentata da numeri e tendenze. Dichiara in proposito a Smart Building Italia Paolo Gesess, Founder e Managing Partner di United Ventures, società finanziaria che ha appena investito quattro milioni e mezzo di euro sulla start-up Deliveristo, lanciatasi nel garantire prodotti agroalimentari di qualità ai menù dei propri clienti ristoratori: “Il tema dell’innovazione tecnologica e della trasformazione digitale rimarrà centrale, ma in un’ottica di perfezionamento e riorganizzazione, di approcci più ponderati e meno frenetici”.

In realtà questa e altre Case History italiane, che vedremo più avanti, indicano nelle start-up, diffuse su tutta la faccia del pianeta, un punto di ripartenza per il mondo intero. Iniziamo a capirlo da un confronto.

Da una parte mettiamo in fila gli spot televisivi attualmente trasmessi sulle automobili: splendide modelle, chiavi che non possono più accendere un futuro scomparso dentro un immaginario collettivo divenuto più dolente, anestetiche musichette techno, prezzi fuori portata per il prof del terzo piano, cruscotti in competizione con il quadro comandi di un’astronave, lussuose metropoli deserte che “censurano” l’immagine di chi le abita indossando la mascherina. Manca la percezione della realtà in cui siamo immersi dopo oltre un anno di pandemia globale e connessi sacrifici, con una drammatica sintonia fra l’inconsistenza di questi messaggi e la caduta libera di un mercato che, secondo le stime del Centro Studi Promotor, nel 2020 ha segnato in Italia un crollo del 27,9%, pari a 535mila vetture vendute in meno rispetto al 2019.

Prima di passare all’altro lato del confronto, proviamo a immaginare quale sorte avrebbe incontrato nel 2020 la casa automobilistica che, attraverso spot low cost coerenti con l’emergenza, avesse lanciato una campagna di sconti del 40% e di pagamenti rateali a partire dal 2022, relativi a una propria utilitaria per single e coppie, e a una “station” per famiglie. Qualcosa tipo il meccanico della concessionaria più vicina che, con mascherina rigorosamente indossata, fa compiere un giro dimostrativo al cliente, a sua volta “travisato”, mostrando sul tachimetro le cifre della convenienza dell’acquisto. Quanto peggio sarebbe andata, economicamente parlando, questa marca dal profilo umanitario rispetto alle concorrenti ammassate sul segmento “luxury”? Senza parlare dell’immagine conseguente, e della sua capacità di “rendere” nel tempo.

Alla luce di tutto ciò, non dovrebbe destare grande stupore rinvenire dall’altra parte del confronto la foto di squadra di una cinquantina di giovani uomini e donne che più “casual”, e perciò connessi con questa vita, non si può. Almeno a giudicare dalle scarpe ginniche, dalla camicie fuori dalle braghe, dai jeans flosci e dai capelli “acconciati” al volo, davanti allo specchio del bagno. Sono una buona rappresentanza dei circa 200 “millenial buyers” di Casavo, start-up immobiliare che, dopo quattro anni di attività, ha appena incassato un finanziamento di 200 milioni di euro, cifra mai raggiunta in Italia in un solo “round” di fondi destinati a un’azienda di questo genere, pari a quasi un terzo del fatturato 2020 dell’intero indotto nazionale delle start-up. Su Casavo, che in questo modo raggiunge quota 386 milioni di capitali raccolti, investe in modo così importante, aprendo un’apposita linea di credito con Goldman Sachs, la holding Exor Seeds di proprietà della famiglia Agnelli, che va a inserire una start-up sconosciuta fino a un paio di anni fa in un portfolio comprendente brand molto più altisonanti come Ferrari, CNH Industrials e Juventus.

È, ovviamente, un premio non casuale, assegnato a una start-up “di rottura” nel proprio settore dove, in un panorama sufficientemente statico di compagnie e agenzie immobiliari, piazza la forza d’urto, tecnologica e culturale nello stesso tempo, di un “Istant Buying” che, grazie alla propria piattaforma analizza stabili, calcola preventivi e conclude contratti in un tempo medio di trenta giorni rispetto ai sei mesi della concorrenza, assumendosi l’onere dell’acquisto per poi rivendere direttamente sul mercato. Ne conseguono i numeri che, come le 1.100 transazioni concluse in quattro anni, per un valore di oltre 300 milioni di euro, hanno aperto la strada di questo finanziamento record.

Chissà se, a questo punto, per la commercializzazione delle marche automobilistiche di proprietà, Fiat e Chrysler, la famiglia Agnelli non chiederà un consulto a Giorgio Tinacci, trentenne fiorentino di Montespertoli, inventatosi fondatore e CEO di Casavo dopo laurea alla Bocconi e due anni di apprendistato in una società di consulenza bostoniana? Potrebbe venire da lui una qualche illuminazione, maturata sul campo della compravendita, in attesa di segnali dal Motor Valley Accelerator di Modena, acceleratore di start-up del settore auto-motive nato su iniziativa di Cassa Depositi e Prestiti, con coinvolgimento di importanti player come la piattaforma Open Innovation, dove convergono le competenze di centinaia di aziende sparse in 16 Paesi, fra cui l’Italia.

Perché, in attesa di spot (non solo automobilistici) più sintonizzati con l’audience che li guarda, anche il conservativo mondo dei motori, dove resiste il dogma dell’immortalità della benzina, trova inevitabile rivolgersi al movimento, creativamente agile, delle start-up, pur di scorgere una fatidica luce in fondo al tunnel dove ci siamo inoltrati un anno fa. D’altra parte, è innegabile che segnali, se non di luce, quanto meno “di fumo”, come quelli a loro tempo utilizzati dai nativi nordamericani, giungano in continuazione da quest’ultima generazione di imprese, nate su progetti innovativi e potentemente permeate di hi-tech.

Di questi fitti e resilienti segnali rende conto l’annuale report dell’Osservatorio Start-Up Hi-Tech del Politecnico di Milano, redatto in collaborazione con InnovUp. L’identikit emerso è quello di un indotto in grado di reggere l’urto della pandemia, catalizzando a fine 2020 una raccolta che con i suoi 683 milioni di euro risulta inferiore di appena 11 milioni a quella del 2019. Tanto che ad Automazione Plus, portale pubblicato da Fiera Milano Media, Antonio Ghezzi, direttore dell’Osservatorio, parla, a commento del report, di un ecosistema italiano resiliente, nonché teatro di operazioni straordinarie che iniziano a verificarsi con una certa frequenza, a testimonianza di un diffuso tasso di eccellenza fra queste imprese innovative.

Certo, manca ancora l’effetto trascinamento che può essere positivamente provocato da un primo “unicorno” da un miliardo di euro ma, d’altra parte, nemmeno l’Europa si presenta come una riserva di caccia grossa. È vero piuttosto che in tutto il Vecchio Continente ci si deve misurare con un contesto economico-finanziario più strutturato e meno aggressivo di quelli di Stati Uniti e Asia, come confermato dalle quantità di unicorni attualmente attivi sui mercati globali: un recente report di McKinsey & Company segnala che in Europa, dove meno attecchisce il “venture capital” degli investimenti a rischio, opera appena il 14% di start-up miliardarie, contro il 50% degli Usa e il 36 dei Paesi orientali.

Nonostante handicap del genere, l’ottimismo della ragione trova di che sostentarsi nella vitalità potenzialmente illimitata di start-up nate per affrontare qualsiasi sfida, e diffuse a macchia d’olio su tutto il territorio italiano. Un recente studio svolto da EY, in collaborazione con Vc Hub Italia, rimarca ad esempio la fertilità di un territorio come il Friuli Venezia Giulia, dove, ad esempio, la Iotty di Norcia raccoglie tre milioni di euro attorno alla sua app domotica di comandi a distanza, buoni per regolare termostato e tapparelle di casa ovunque ci si trovi. E, sempre in Friuli, a un tour operator come BizAway di Spilimbergo, riesce il “miracolo” di attrarre finanziamenti per quattro milioni e mezzo in anno di covid, grazie alla capacità di adattare ai bisogni generati dalla pandemia la propria offerta di servizi per un’utenza business obbligata comunque a viaggiare.

Questa della sfida è una componente fondamentale per inquadrare la fenomenologia delle start-up, dove a nessun cimento si nega l’opportunità di dare vita a un’impresa, neppure ai più lodevoli e un filo romantici, come quello di salvare il pianeta dal crescente pericolo climatico delle siccità. Per la Finapp, nata in seno all’Università di Padova grazie a un’intuizione del ricercatore Luca Stevanato, la soluzione consiste in sensori che monitorano in tempo reale l’evoluzione delle falde acquifere, osservando i neutroni prodotti dai raggi cosmici, soggetti a stazionare dove si trova una qualsiasi sorgente idrica.

Da qui sorge una domanda, che un po’ ci riporta al contrasto fra i laccati spot automobilistici e la disinvolta ordinarietà dei ragazzi di Casavo: ma al giorno d’oggi esiste davvero un mondo finanziario sintonizzato fino in fondo con principi e brodi esperienziali da cui nascono le start-up?

Di certo, fa capire un autorevole testimonial come Paolo Gesess, Founder di United Ventures, in questo settore i fondi da investire stanno bene in mano a chi è dotato di una qualità che si chiama lungimiranza. “Il venture capital – spiega Gesess – è un’attività che si svolge su un orizzonte di lungo periodo: per fare un esempio, noi abbiamo scommesso sulla digitalizzazione dei servizi finanziari quando la parola fintech ancora non esisteva, sostenendo tesi di investimento che allora sembravano azzardate”.

Anche le parole “piattaforme low code” sono per il momento a uso e consumo di addetti ai lavori. Eppure vanno a comporre una formula-definizione che, ragionando di fatturati, può equivalere all’”Apriti Sesamo” utilizzato da Alì Babà per sottrarre ai quaranta ladroni quel favoloso tesoro narrato nelle “Mille e una notte”. Queste piattaforme che, ricorrendo a interfacce grafiche piuttosto che a codici di scrittura, riducono costi di installazione e risultano accessibili a personale privo di particolari competenze tecnologiche, possono infatti costituire un motore vincente per aziende agili e specifiche come le start-up. “Abbiamo già elementi per prevedere il ruolo determinante delle piattaforme low code nel successo di sempre più piccole aziende hi-tech” conferma Ciro Di Carluccio, co-fondatore e CEO di Archangel AdVenture, società che si propone più come partner-coach che come tradizionale incubatore di start-up.

Obbiettivo di Archangel, distribuire investimenti per otto milioni di euro fra una quarantina di start-up. “Intelligenza artificiale e realtà aumentata sono settori destinati ad accelerazioni formidabili, nei prossimi anni, e per questo motivo daranno occasione di sviluppo alle start-up meglio organizzate” spiega in proposito Daniele Scoccia, che di Archangel AdVenture è Investment Manager.

La caccia al primo unicorno italiano è entrata nel vivo.