Digital transformation nell’agroalimentare: sfida epocale

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È stato pubblicato oggi, 4 maggio, un articolo sul sito del Sole 24 Ore che comincia così: «Un dato su tutti: nel settore vitinicolo – un miliardo di bottiglie esportate nel 2015 – il 77,3% delle aziende non ha fatto investimenti a valore in tecnologie Ict o ne ha fatti per meno di 5 mila euro negli ultimi cinque anni». Come dire: la digital transformation non è ancora scesa in campo.

L’articolo, firmato da Andrea Biondi, si riferisce alla ricerca “Gli Impatti della Digital Trasformation sul settore Agrifood”, realizzata dal Digital Transformation Institute (Dti) e promossa da Cisco Italia «con l’obiettivo di definire possibili elementi di carattere tecnologico, economico, organizzativo e sociale che rendono una filiera particolarmente adatta ad essere oggetto di un processo di digital transformation».

«Con la ricerca volevamo capire lo stato dell’arte, fare emergere l’esigenza di affrontare il tema della digitalizzazione, anche se non è un’esigenza conclamata, per rendere il comparto più moderno e preparato ad affrontare un mondo in cui la digitalizzazione è in corso», ha spiegato Michele Festuccia, responsabile dei progetti in ambito agrifood del piano di investimenti Digitaliani di Cisco, al Sole 24 Ore.

A proposito dei risultati della ricerca, i dati indicano, il linea con l’incipit dell’articolo, che la strada da percorrere per la digitalizzazione del settore agroalimentare (che rappresenta circa il 2% del Pil nazionale, impiegando tra agricoltura e industria il 21,7% degli occupati italiani) sarà lunga: «mentre il 52% delle imprese ha intenzione di fare investimenti superiori ai 5 mila euro nel prossimo futuro, il 31% di aziende, specie medio-piccole, non ha nessuna intenzione di investire in innovazione digitale. Le tecnologie su cui si intende investire sono legate in particolare al ciclo della produzione e all’ottimizzazione dei processi di trasformazione e sono centrali i temi legati alla tracciabilità e sicurezza del prodotto, ma anche la logistica e il management e gestione dell’impresa».

Tra i pochi che hanno investito, emergono «ancora riserve sulla reale efficacia del suo impegno. Il 47% afferma che gli investimenti fatti non hanno inciso positivamente sui ricavi, il 15% non sa valutarlo; il 21% dichiara di avere visto un moderato effetto positivo, solo il 7% un reale incremento del fatturato. I risultati si possono legare alla preponderante scelta di intervenire sulla distribuzione, sul web e l’e-commerce senza un’attenta considerazione dei processi retrostanti: solo il 19,3% delle aziende ha un sistema logistico organizzato in modo innovativo, mentre il 38% ha una logistica non informatizzata e il 40% dichiara di non avere alcuna pianificazione logistica». Mancano, insomma, i presupposti per valorizzare l’investimento Ict e ricavarne il profitto.

Nel sito del Digital Transformation Institute Roberto Reali del dipartimento di scienze bio-agroalimentari del CNR offre una chiave di lettura di questa impasse: «Oggi sono le grandi multinazionali come Microsoft, Cisco, Ericson che stanno riscoprendo il valore dell’agroalimentare italiano. Sarà una sfida epocale far ripartire l’agricoltura italiana. Storicamente, dalla metà dell’800 fino al 1930/50 l’Italia è stata all’avanguardia mondiale nel settore dell’agricoltura, sia nella ricerca che nella produzione. Il problema è che in questo momento stiamo attraversando una fase in cui l’introduzione di nuove tecnologie viene visto come uno strumento che non crea valore. Si pensa a quello che succederà nel breve periodo e non si ha una visione del futuro».

Ed ancora: «Il vero valore della digital transformation è quando mi permette di avere informazioni, strumenti e potere che prima non avevo. Purtroppo le aziende non considerano tutto questo come un’opportunità per potenziare la propria offerta sul mercato, ma piuttosto come impedimento e limitazione alla propria libertà». Una sfida epocale, appunto.