Comfort non è benessere: il grande equivoco del progetto contemporaneo
di Alfredo Fusco
Climatizzatori in oltre metà delle case italiane, uffici sigillati, hotel iperattrezzati: la prestazione misurabile ha colonizzato l’abitare. Ma i numeri dicono che a fare la differenza è il contesto.
Due parole, un equivoco
Temperatura operante, illuminamento medio, livello sonoro equivalente, ricambi d’aria. Il lessico del comfort è quello delle grandezze fisiche e delle soglie normative: misura, regola, ottimizza. Da decenni la cultura del progetto lo usa come sinonimo di benessere, quando non riduce il secondo al primo. Come osserva Valerio Paolo Mosco in Frugalità (LetteraVentidue, 2022), il comfort è oggi esaltato come il principale, se non l’unico, requisito di qualità abitativa. È nato come prerogativa degli oggetti, a partire dagli elettrodomestici, e ha poi investito l’intera casa fino a diventare un paradigma totalizzante.
L’equivoco è scritto perfino nelle norme. Nei Criteri Ambientali Minimi per l’edilizia pubblica il termine “benessere” compare come semplice glossa del comfort: “salute e benessere (comfort)”, “benessere termico”, “benessere (comfort) acustico”. Eppure la parola ha un significato preciso. Il vocabolario Treccani lo definisce “stato felice di salute, di forze fisiche e morali”; la Costituzione dell’OMS, già nel 1948, descriveva la salute come “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale”. Nel mondo tecnico, però, il benessere sconta un pregiudizio. Viene derubricato a moda New Age o a eredità di discipline orientali come il Tai Chi e il Qi Gong, pratiche millenarie che la cultura progettuale occidentale fatica a tradurre in parametri. Oppure viene svuotato nel “centro benessere”.
Nello studio di progettazione si confrontano così due visioni. Da un lato c’è un comfort meccanicistico e parcellizzato, figlio della Hyperpolis antropocenica descritta dall’economista Serge Latouche, che scompone l’edificio in prestazioni separate: termica, acustica, luminosa. Dall’altro c’è un benessere integrato, che considera la persona nella sua interezza fisica, emotiva e psicologica, inseparabile dall’ambiente che la accoglie.
La forza di un messaggio rassicurante
Il comfort si impone perché rassicura: parla la lingua dei dati e delle curve di efficienza. Attorno a esso ruota una filiera di tecnici, installatori, aziende e media che, tra fiere, convegni, podcast e corsi a crediti formativi, trasforma il filtro della VMC, la valvola termostatica o il pannello del cappotto in oggetti imprescindibili. La domanda nasce dall’offerta, e l’offerta trae dalla domanda la propria legittimazione.
Secondo l’Istat le famiglie italiane con un sistema di raffrescamento sono passate dal 29,4% del 2013 al 56% del 2024. L’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che i condizionatori assorbano circa il 10% dell’elettricità mondiale e che la loro domanda energetica possa triplicare entro il 2050.
Manzini e i “beni rimedio”
Per leggere questi dati è utile tornare a Ezio Manzini, tra i padri del design per la sostenibilità al Politecnico di Milano. Nel saggio Idee di benessere descrive come il Novecento abbia costruito un benessere “basato sui prodotti”, riassumibile in un’equazione: più benessere uguale più prodotti, uguale più risorse consumate. Nemmeno il più recente benessere “basato sull’accesso” a servizi ed esperienze ha spezzato quel legame: anche i soggiorni in albergo, osserva Manzini, richiedono infrastrutture e consumi tutt’altro che immateriali.
Il concetto chiave è quello dei “beni rimedio”: prodotti che non migliorano la qualità della vita né aprono nuove possibilità, ma servono a riportare a un livello accettabile contesti degradati. L’acqua in bottiglia sostituisce quella locale inquinata. Allo stesso modo si raffresca, si filtra e si deumidifica perché la città si surriscalda e l’edificio ha smesso di dialogare con il clima. Più si impoveriscono i beni comuni e il “tempo contemplativo”, più cresce la domanda di rimedi, in un circolo vizioso. La via d’uscita indicata da Manzini è un benessere “basato sul contesto”, costruito sull’intera scena in cui si svolge la vita delle persone.
Ricollocare il comfort
Non si tratta di esiliare il comfort. Ha sottratto milioni di persone a condizioni abitative insalubri e produce effetti misurabili: lo studio COGfx della Harvard T.H. Chan School of Public Health ha rilevato, in uffici con aria di qualità superiore, punteggi cognitivi più alti del 61%, fino al 101% con ventilazione potenziata. Il punto è ricollocarlo. Rosita Romeo, sociologa e consulente CasaClima, ne dà una definizione in Progettare il comfort abitativo (Maggioli, 2025), scritto con Mirko Giuntini: “il risultato di un equilibrio dinamico tra l’uomo e l’ambiente costruito”. Il benessere, allora, non è il contrario del comfort ma il paradigma più ampio che lo contiene. Le prestazioni termiche, acustiche e luminose sono una condizione necessaria, non sufficiente.
Nessuno propone di smettere di misurare lux, decibel e gradi. Il rischio è credere che in quei numeri si esaurisca l’abitare. È una forma di presunzione tecnica: pensare che ogni domanda della casa trovi risposta in una prestazione, accumulando micro-soluzioni impiantistiche. Così si interviene sugli effetti, alla foce. Il problema, cioè la relazione tra l’organismo e il suo ambiente, andrebbe invece affrontato alla sorgente, nelle scelte di progetto.
L’antropologo Andrea Staid sintetizza la posta in gioco in una formula: da homo faber siamo diventati homo comfort, abitanti di gusci a temperatura costante e luce uniforme. «Non riusciamo più a comunicare con i materiali della nostra casa», scrive, «perché non sappiamo nemmeno di cosa è fatta». Eppure la luce naturale non è solo illuminamento: è il segnale che regola il ritmo circadiano, la secrezione di melatonina e cortisolo, il sonno e l’attenzione.
Casa, hotel, ufficio: i numeri del benessere
In ufficio, il report Human Spaces di Interface, condotto su 7.600 lavoratori in 16 Paesi, misura gli effetti del contatto con elementi naturali: benessere più alto del 15%, produttività superiore del 6%, creatività maggiore del 15%. Nell’hospitality, secondo Terrapin Bright Green, il 36% degli ospiti si trattiene più a lungo nelle lobby con elementi biofilici, e le camere con vista sulla natura spuntano tariffe fino al 18% più alte. Si muove anche il residenziale: per il Global Wellness Institute il wellness real estate valeva 876 miliardi di dollari nel 2025 e potrebbe arrivare a 1.800 miliardi nel 2030. L’Italia pesa 21 miliardi, con una crescita media del 50% l’anno dal 2019, la più alta in Europa.
Dallo stazionare all’abitare
Il paradigma si sposta dall’efficienza all’esperienza, dalla prestazione alla risonanza, cioè la capacità di uno spazio di entrare in sintonia con chi lo vive. La casa smette di essere un involucro sigillato che protegge dal mondo e diventa una membrana che ne filtra e ne restituisce le qualità. Psicologia ambientale e neuroscienze convergono su un punto: l’essere umano non è un corpo da climatizzare, ma un organismo che ha bisogno di ambienti all’altezza della sua complessità. L’obiettivo non sono più i canonici 20 gradi con il 50% di umidità relativa, ma spazi in equilibrio con chi li abita. Il comfort resta lo strumento; il benessere torna a essere il fine.





