La lezione sull’innovazione di Marco Gay


Cos’è il progresso? Soprattutto, perché il progresso genera timore oggi, specie nei giovani, nonostante le enormi innovazioni tra XIX e XX secolo abbiano consentito all’umanità di migliorare enormemente le condizioni sociali, culturali, economiche, sanitarie? Perché per la prima volta nella storia degli ultimi secoli i giovani hanno una percezione negativa della parola progresso? Domande sulle quali si è concentrato Marco Gay, presidente di Anitec-Assinform e CEO dell’incubatore di startup Digital Magics, offrendo una lectio magistralis il 21 novembre al Politecnico di Bari, ideale prologo, insieme alla consegna del Premio Smart Building, di Smart Building Levante.

«Non c’è niente che preoccupi di più di un giovane pessimista, perché se il futuro è inteso come una minaccia da chi maggiormente lo vivrà, tutta la società va in crisi», ha esordito Gay, continuando: «credo sia essenziale rispondere al perché sia successo questo, non solo perché è la base di qualsiasi riflessione su innovazione e sviluppo economico, ma perché è la base della tenuta sociale del nostro Paese».

È necessario rispondere alla domanda perché in questo XXI secolo il progresso e il conseguente cambiamento saranno ancora più accelerati rispetto al passato. La storia sta lì a dimostrarlo: tra la prima rivoluzione industriale (quella del tessile e del metallurgico, seconda metà del ‘700) e la seconda (l’elettricità, inizio del XX secolo) sono passati 120 anni. Tra la seconda e la terza (l’elettronica, le tlc e l’informatica, 1950) 80 anni. Tra la terza e la quarta (Industria 4.0, 2011) 50 anni. Secondo questa scansione temporale «la prossima rivoluzione potrebbe avvenire tra 10 anni», ha detto Marco Gay.

«Io credo che siano due le ragioni per cui soprattutto i giovani sono più spaventati che entusiasti del futuro», ha continuato Gay. Eccole: l’innovazione tecnologica e la globalizzazione hanno sì migliorato le condizioni economiche, ma in modo decisamente diseguale. Lo sappiamo, in Occidente la fascia media si è impoverita ed è aumentata la precarietà a beneficio del fatidico 1% della popolazione, viceversa in Oriente e nei Paesi in via di sviluppo il benessere è vistosamente aumentato. L’altra ragione della paura risiede proprio nel nuovo scenario tecnologico: «Robot, Big Data, intelligenza artificiale, auto che si guidano da sole, genetica e farmaci intelligenti, si tratta di un vero salto antropologico – ha affermato Marco Gay – È quindi lecito chiedersi: sarà l’uomo a guidare la tecnologia o sarà sottomesso da essa?».

Se, dunque, è legittimo temere il progresso, è essenziale saperlo fronteggiare, cavalcandolo e usandolo a nostro favore. Con gli investimenti in ricerca, con lo sviluppo di servizi e prodotti finanziari erogati attraverso l’ICT (la tecnofinanza), con le piattaforme di e-commerce per tutelare le PMI dalla competizione globale. Con la formazione professionale perché la voce lavoro è quella che più di tutte sta subendo dolorose trasformazioni. Marco Gay non ha nascosto la verità: «La disoccupazione tecnologica è già in atto e ad un aumento della produttività stimato vicino al 30% entro il 2030 corrisponderà una diminuzione di posti di lavoro tra il 20 e il 25%».

Date queste stime, come si cavalca l’innovazione a beneficio dei lavoratori?

«Il mercato del lavoro non per forza si restringe – ha detto Gay – ma si redistribuisce: ci sono analisi secondo cui l’85% dei posti di lavoro che esisteranno nel 2030 oggi devono essere ancora inventati». Nel frattempo nel settore dell’ITC, quello di pertinenza dell’economia degli edifici e delle città intelligenti, si assiste già ad una lacuna tra domanda ed offerta di posizioni lavorative: «Solo a livello di professioni ICT i posti vacanti su web sono stati 64 mila nel 2017 e per le posizioni di “primo impiego” mancano più di 3 mila laureati rispetto al fabbisogno».

Confortanti sono anche le stime di crescita: un tasso medio annuo tra il 2,4% e il 3,8% fino al 2019 che porterà ad un fabbisogno di laureati da parte delle aziende tra le 12 mila e 20 mila unità a fronte di un’offerta di 8 mila e 400 laureati all’anno. Ed ancora: a fine 2019 secondo le stime dell’Osservatorio delle Competenze di Anitec-Assinform l’aumento degli occupati nel settore dell’ICT dovrebbe attestarsi sulle 45 mila unità. «È in atto in sostanza un cambiamento di profili richiesti – ha chiosato Gay – con l’automazione dei processi la domanda di nuove competenze nell’industria si sposta verso gli ambiti di creazione, governance e gestione delle macchine e dei processi. Non riusciamo a tenere il passo con l’offerta di laureati che si immette ogni anno sul mercato ogni anno».

«Insomma, se l’innovazione aumenta la produttività a scapito di alcune categorie di lavori, il digitale è un mercato in crescita a tassi doppi rispetto al Pil», ha affermato Gay.

La vera domanda da porsi allora è: siamo pronti per il progresso, l’innovazione, il futuro?

«Se guardiamo alla situazione odierna forse la risposta è no: abbiamo poche competenze digitali e una classe dirigente vecchia che non comprende e non sa cavalcare il cambiamento. La risposta è perciò investire, investire ed ancora investire in tecnologia e competenze, agendo su scuole università e formazione permanente. Ma se guardiamo alle nostre potenzialità la risposta cambia: se ci muoviamo saremo pronti perché abbiamo la seconda struttura produttiva d’Europa che si sta innovando», ha concluso Marco Gay.

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