Mobility Manager, questo “sconosciuto”


La figura di chi deve agevolare il traffico sostenibile aleggia dal 1998 del Decreto Ronchi. Da allora lo hanno adottato molti privati, in attesa che siano nominati dagli enti pubblici quei responsabili d’area senza i quali non si dà alcuna Rete, come spiega Raffaele Di Marcello, di FIAB 

Mobility Manager: nell’Italia sempre più soffocata dal traffico stradale, e inquinata da un biossido di carbonio che prospera a causa delle crescenti siccità, tutti lo invocano, ma pochi ancora lo nominano e se ne fanno qualcosa. Tanto da cercare quasi disperatamente una soluzione normativa completa e trasparente. Senza quest’ultima, nemmeno i contributi per un totale di 50 milioni di euro, stanziati dal governo Draghi a favore di progetti di mobilità sostenibile, avranno un seguito concreto sul piano dei cambiamenti strutturali.

E dire che non mancano esempi illustri. Uno in particolare, ovvero l’Agenzia delle Entrate, che si fa in questo caso testimonial della sostenibilità ambientale. Da ben quattro anni, l’organo operativo del ministero dell’economia in tema di controlli e riscossioni fiscali ha infatti istituito una rete di Mobility Manager. La svolta risale al 2018, quando ai vertici dell’Agenzia si dispone la creazione di una rete di Mobility Manager estesa a tutte le sedi comunali con almeno 300 dipendenti. Nel 2020 tocca poi al Decreto Rilancio estendere questa stessa funzione alle sedi dotate di almeno 100 dipendenti.

Ecco perché già nel 2021 i risultati di questa campagna di modernizzazione, imperniata sulla figura del responsabile del piano spostamenti casa-lavoro, producevano l’operatività di 83 Mobility Manager sparsi in modo capillare su tutto il territorio della penisola. Ne consegue un fatto che sulla carta non non risulta di secondaria importanza: l’Agenzia delle Entrate diventa non solo “esempio” istituzionale di una virtuosa relazione con l’Ambiente, ma anche depositaria di un know-how in tema di mobilità urbana sempre più prezioso per comunità civili e produttive alle prese con impellenti problematiche generate da inquinamento, sprechi energetici, scarsa sicurezza stradale.

“Il problema è che allo stato attuale i Mobility Manager dell’Agenzia delle Entrate predicano più o meno nel deserto, e non certo per una qualche loro responsabilità” esordisce l’architetto Raffaele Di Marcello, esperto di mobilità urbana, nonché componente del centro studi istituito in seno alla FIAB, la pregiata “Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta”. “Il tema – continua Di Marcello – è da troppo tempo in fase di stallo. Tutto perché esiste, e non da ieri, l’obbligo normativo di nominare delle figure denominate Mobility Manager, ma non è ancora prevista alcuna ammenda relativa all’inadempienza rispetto a questa regola”.

C’è molta Italia in questo vuoto procedurale, nel senso di un Paese dove magari le leggi sono scritte bene, salvo poi faticare a vederle applicate. In questo caso la contraddizione è più plateale del solito, perché l’idea di affidare a un regista il traffico urbano risale addirittura a un mai troppo lodato Decreto Ronchi che non l’altro ieri, ma nel 1998, prendeva il nome dall’allora ministro dell’Ambiente Edo Ronchi, nominato in seno al primo governo Prodi, e successivamente scomparso dai radar della politica nazionale.

“Per quanto riguarda la gestione del traffico urbano, il nodo cruciale con cui abbiamo a che fare nel 2022 – chiarisce l’architetto Di Marcello – si individua nella latitanza del cosiddetto Mobility Manager d’area, ovvero di quella figura che viene nominata in ambito comunale per coordinare i progetti e le realizzazioni in essere o in divenire nel territorio. E’ chiaro che, in assenza di un punto di riferimento del genere, chi assume questo ruolo, come previsto, in seno a un’azienda o a una scuola, può introdurre quante buone pratiche sono in suo potere a proposito di car-sharing e parcheggi, ma senza la possibilità di vederle ottimizzate in un piano territoriale creato facendo rete di tutte queste iniziative locali”.

Per quanto concerne le scuole, un handicap è costituito dalla totale mancanza di una corresponsione economica prevista per chi svolge questo ruolo. “Non si capisce perché un insegnante debba sobbarcarsi una responsabilità del genere, comprensiva di imprecisate ore di studi e riunioni, senza avere diritto almeno a un rimborso spese – puntualizza Raffaele Di Marcello. – In verità questo regime di gratuità è previsto anche all’interno dell’Agenzia delle Entrate, dove però un numero di dipendenti da 100 in su fa scattare in automatico la designazione di un Mobility Manager interno”.

In attesa che un tavolo di confronto attivato da Ministero della Pubblica Istruzione e FAIB individui una qualche soluzione per le scuole, restando in ambito pubblico il tipo di software adottato dall’Agenzia delle Entrate risulta esemplare per come si affrontano in modo strutturale tutte le principali problematiche della mobilità urbana. Da qui le buona pratiche individuate e introdotte relativamente a queste priorità: ridurre l’uso individuale delle auto private, promuovere e potenziare il trasporto collettivo, ridurre i livelli d’inquinamento dovuto alla mobilità, introdurre servizi per la mobilità integrativi e innovativi, ottimizzare gli spostamenti sistematici, diffondere la cultura della mobilità sostenibile.

Dall’ambito privato motivi di invocare più chiarezza non mancano: non solo per valorizzare compiutamente quanto ideato e realizzato al proprio interno, ma anche per accedere a una certificazione di qualità per la quale è indispensabile la figura del Mobility Manager.

In attesa di maggiore chiarezza in tempi brevi su tutta la materia, i famosi 50 milioni previsti dal governo Draghi per progetti di mobilità sostenibile sono stati soggetti a suddivisioni molto articolate: dai 30mila euro destinati al Comune di Aosta agli 8 milioni assegnati all’ufficio Roma Mobilità, costituito per l’organizzazione di Roma Capitale.

Dopodiché, uno si chiede legittimamente quale identikit deve esibire questo manager di pubblica utilità. Riferisce ancora una volta Raffaele Di Marcello che, secondo l’ultimo decreto in materia “deve avere un’elevata e riconosciuta competenza professionale, ma senza specificare quale. Se le aziende possono rivolgersi a professionisti esterni, dotati quindi di qualifiche mirate, all’ente pubblico non resta che attingere a propri dipendenti o funzionari con una formazione di vario tipo”. Di certo deve essere animato da grande passione e pazienza, come sempre quando in Italia occorre fare ordine e dare prospettive.