TV, resta il nome ma cambia tutto


Lo streaming che si accaparra calcio e Olimpiadi, i nuovi competitor globali a caccia dei nostri dati, un summit sulla fine del digitale terrestre… Antonio Sassano, Presidente della Fondazione Bordoni, conferma che il quadro è complesso, ma confida in un futuro ravvivato da nuovi, virtuosi soggetti

Attenzione a Lino Banfi, popolare attore nazional-popolare che nello spot di lancio della piattaforma Timvision, a un certo punto, visto che il satellite non trasmette la partita, va in terrazza ad afferrare imbufalito la parabola, con ogni intenzione di staccarla. Provvede il vicino a tranquillizzarlo, invitandolo a optare per DAZN che, diffusa tramite la piattaforma Timvision, trasmette in streaming tutte e dieci le partite di ogni giornata di Serie A… E attenzione pure al fatto che il “prodigio” pubblicitario avviene senza bisogno di mostrare padelle, decoder o quant’altro concorre alla tecnologia televisiva finora conosciuta e utilizzata; le immagini calcistiche, in questo spot, entrano senza mediazione nell’appartamento di Banfi, alludendo alla possibilità di un rapporto nuovo, molto diretto e personalizzato, fra chi offre il servizio e chi lo riceve. Come a mettere in chiaro che il decoder Tim Vision Box è un’opportunità, ma non l’unica, trattandosi di streaming.  

Sono questi i messaggi, semplici quanto universali, grazie a cui comprendere che un cambiamento è in atto. Quanto grande? Se consideriamo che riguarda ruolo e funzione della TV nella nostra vita quotidiana, le dimensioni dei mutamenti in corso si annunciano perlomeno importanti, se non addirittura rivoluzionari, provocati non a caso dall’imperiosa comparsa sul mercato dei colossi globali OTT (over the top).. Al punto che installatori, progettisti, addetti ai lavori del settore radiotelevisivo, ma anche comuni cittadini-teleutenti interessati al proprio futuro sono già adesso invitati a segnarsi la data del 20 novembre 2023, giorno di inizio, con ogni probabilità negli Emirati Arabi, della quattordicesima Conferenza mondiale delle radiocomunicazioni, nota anche come WRC (World Radiocommunication Conference). Al centro dei lavori, in programma fino al successivo 12 dicembre su iniziativa dell’agenzia delle Nazioni Unite nota come ITU, Unione Internazionale delle Telecomunicazioni, sono le Radio Regulations, come viene chiamato il trattato internazionale che regola l’uso dello spettro delle radiofrequenze e delle orbite satellitari, geostazionarie e non.  

Che possa trattarsi di un evento di portata epocale, è ampiamente annunciato da una rivoluzione planetaria ormai galoppante, i cui effetti iniziano a percepirsi in modo importante anche in Italia, come ci rammenta lo “slang” pugliese del testimonial Lino Banfi. Lo rammentano con analoga autorevolezza il boom dello streaming certificato dalle Olimpiadi appena trasmesse integralmente da una piattaforma semisconosciuta fino al giorno prima, la crisi del satellite esplosa con la Serie A scivolata via in un amen dalle mani di Sky a quelle di DAZN, la rapida conversione di operatori pronti a lanciarsi nel WiFi dopo avere puntato per decenni sulle parabole. Con la prospettiva di uno sviluppo così imperioso e totalizzante, da mettere in crisi la sopravvivenza a medio termine dello stesso digitale terrestre, di cui proprio la prossima WRC potrebbe legiferare l’estinzione entro il 2030. Tanto per mettere a fuoco che, sul finire dell’anno 2021, a contare è innanzitutto il “segnale”, più dei device tramite cui riceverlo: seduti in salotto sì, ma anche a bordo di un autobus, nella sala d’aspetto del dentista, al tavolino di un bar. Con la netta sensazione che il concetto stesso di “installazione” sia destinato a radicali trasformazioni legate alla capacità di adattarsi a un mercato dove ogni unità residenziale o commerciale avrà specifiche esigenze, e attrarrà nel contempo determinati fornitori di segnali, in tema di connessioni e servizi.     

A due anni dalla prossima WRC, la TV sta già mutando davanti ai nostri occhi con una velocità così impressionante che più di tanto nemmeno ci accorgiamo. Salvo poi prendere atto di quanto il “Nuovo” più che avanzare, irrompa con prepotenza nelle nostre vite quotidiane. “Beh, solo qualche mese fa chi si immaginava una finale di Supercoppa europea di calcio trasmessa sulla piattaforma streaming Amazon Prime?” è la domanda posta per entrare in argomento dal professor Antonio Sassano, Presidente della Fondazione Bordoni preposta a promuovere il miglior sviluppo tecnologico possibile, soprattutto in senso democratico, delle telecomunicazioni e dell’informazione.

Il riferimento è al match fra la squadra inglese del Chelsea e quella spagnola del Villareal, giocato lo scorso 10 agosto al Windsor Park di Belfast, in Irlanda del Nord, per la cronaca vinto ai rigori dal Chelsea. Si è trattato del debutto, anche questo molto poco annunciato, della TV di Amazon, la Internet Company più potente al mondo, sulla ribalta del calcio televisivo, con seguito che nella stagione in corso viene affidato alla trasmissione di sedici partite della Champions League. “Io quella finale di Supercoppa europea l’ho seguita su un grande televisore a 55 pollici – continua il Presidente Sassano, che alla facoltà di ingegneria della “Sapienza” di Roma è docente di ricerca operativa – e me la sono goduta giovandomi di una nitidezza d’immagine in grado di farmi dimenticare, dal primo all’ultimo minuto, la ricezione dell’evento in streaming, Nessun salto di immagine, nessuna minima interruzione, nessun calo di definizione: avevo di fronte il prodotto di un nuovo, formidabile competitor della trasmissione televisiva. E con l’ovvia percezione di essere solo all’inizio di una rivoluzione destinata a cambiare in breve tempo regole e formati della comunicazione video”.

Due giorni prima della finale fra Chelsea e Villareal transitata su Amazon Prime, si chiudevano a Tokyo le trentaduesime Olimpiadi dell’età moderna, evento eccezionale da ogni punto di vista: non solo per essersi svolto un anno dopo il previsto a causa della pandemia di covid, ma anche per la sua fruizione televisiva. Sono passati sessantuno anni dalle Olimpiadi di Roma, ma solo sui calendari, perché nella realtà percepita dai telespettatori è come essere saltati chissà in quale modo dalla preistoria alla fantascienza trasformata in presente storico. Diversamente non si riesce a cogliere il senso dell’immensità trascorsa dalla Rai monopolista che, tramite un unico canale, nel 1960 certifica il Boom economico di massa dentro le case di milioni di italiani, al confinamento televisivo dei Giochi di Tokyo 2020, acquisiti in forma integrale dalla piattaforma  streaming Discovery Plus, in grado di rilevare per 1 miliardo e 300 milioni di euro l’esclusiva di 3mila500 ore di contenuti olimpici. In Italia Discovery Plus ha irradiato le Olimpiadi tramite Eurosport Player, cedendo alla Rai per quaranta milioni di euro un pacchetto quotidiano di dirette sulla seconda rete, nel rispetto di un tetto massimo di 200 ore. “Una presenza comunque secondaria – precisa Sassano – questa della Rai, che ha a suo tempo deciso di non versare i 20 milioni richiesti per acquisire anche i diritti streaming, oltre al fatto di dover lasciare fino al 2024 l’esclusiva delle immagini olimpiche, anche in forma di highlight “post”, a Discovery Plus”.

Ne consegue che, a Giochi conclusi, ci si possa ancora iscrivere, nel sito di Eurosport, ai “Magic Moments” olimpici, acquisendo il diritto di votare quelli che si ritengono i migliori “frame” visivi ereditati da Tokyio in cambio della disponibilità a ricevere un tot di messaggi informativi e pubblicitari. “Il dado ormai è tratto – commenta il Presidente di Fondazione Bordoni – e, sulla scia degli eventi sportivi, nuovi competitor sono destinati a dare una scossa potente al quadro dell’audience nazionale, tuttora dominata, per quanto riguarda la ricezione terrestre, dall’85% che si spartiscono le reti Rai e le reti Mediaset”. “A questo proposito – continua Antonio Sassano – è importante sottolineare come la piattaforma adottata da Amazon Prime per la sua offerta televisiva sia la stessa AWS utilizzata per diffondere in ogni angolo del pianeta gli oltre duecento servizi Cloud con cui fornire sistemi di elaborazione e archiviazione dati a qualsiasi utente privato o pubblico, dalle multinazionali alle agenzie governative così come all’inquilino del quarto piano. Ciò dà la misura di un’offensiva massiccia, mirata a inglobare a medio termine nello streaming l’intera offerta televisiva”.    

Di sicuro quanto sta avvenendo non è frutto di improvvisazione. Anzi, sottintende un’opera di capillare e continua “formazione” rivolta alle ultime generazioni che, nonostante siano escluse dalla gestione delle principali leve economiche del sistema, sono comunque destinate a veicolare nuove modalità di accesso ai media e di fruizione degli eventi. A questo proposito, risultano illuminanti gli esiti di una ricerca svolta dalle agenzie McKinsey, Eca e Nielsen, dove si apprende che i teleutenti fra i 16 e i 24 anni seguono le partite in modo del tutto inedito rispetto al passato, con intensiva utilizzazione dei social in contemporanea e senza necessariamente seguire il match dall’inizio alla fine. Inoltre, molti giovani finalizzano l’evento televisivo al proprio, personale coinvolgimento come giocatori del videogame FIFA, con occhio particolarmente mirato al rendimento dei calciatori che si vogliono schierare in versione virtuale nell’”Ultimate Team” con cui affrontare gli avversari.

Si profilano dunque approcci diversificati alla TV, piuttosto lontani da quel mainstream generalista che ha orientato il primo mezzo secolo di trasmissioni in Italia. “Oggi invece – spiega Sassano – si punta verso un segnale multiservice dove la televisione è una delle funzioni previste all’interno di un’abitazione assieme a internet of things, sicurezza, gestione energetica, telefonia e quant’altro dà forma alla nostra vita privata. Ovviamente, in questo ambito i fornitori OTT cercano, tramite lo streaming televisivo, di entrare nelle nostre case in modo significativo, proponendo a utenti singoli, o magari riuniti all’interno di un complesso immobiliare, un accesso a quei “dati” che costituiscono una risorsa fondamentale nella competition globale per realizzare commerci, fare marketing, fidelizzare clienti”.

Si torna quindi a centrare l’obbiettivo su una WRC, una Conferenza mondiale delle radiocomunicazioni che fra due anni sarà gravata di tali e tanti interessi da proporsi come un evento candidato a condizionare il nostro prossimo futuro. Il fatto stesso che, in sede di incontri preliminari, si ipotizzi la decisione di chiudere a medio termine ogni trasmissione sul digitale terrestre, dà il polso di pressioni finanziarie e commerciali formidabili sul tavolo attorno a cui si ritroveranno i rappresentanti dei vari Paesi. Di sicuro, l’ottenimento delle frequenze ancora disponibili sarà motivo di una vera e propria “guerra” su scala planetaria, dove le OTT tenteranno di strappare tutto il possibile ai “broadcaster” televisivi puri.   

E’ significativo che sulla protezione della privacy diventerà operativa la nuova legge di tutela dei dati approvata dal governo cinese, e finalizzata a essere integrata in un sistema di regole molto complesso e puntuale, dove gli altri due cardini sono rappresentati dalla legge sulla cyber-security e da quella sulla sicurezza dei dati stessi. Spicca un impianto giuridico basato in modo rigoroso su informativa degli interessati e ottenimento obbligatorio del loro consenso, a dimostrazione che anche a Pechino si è convinti, come nel mondo occidentale, della necessità di proteggere i singoli dall’invasività aggressiva delle OTT. La condivisione di un “Mercato unico digitale globale” pare l’unica strada possibile per arginare da parte dei governi uno strapotere dei Big Player destinato solo a prosperare se prevalgono invece le divisioni fra gli Stati.

“Solo guardando in Italia, la torta è grande, grandissima – conclude il Presidente di Fondazione Bordoni, Antonio Sassano – ma è talmente ampia da poter ragionevolmente prevedere la comparsa di nuovi soggetti. E’ probabile che l’energia, la guida assistita, l’agricoltura intelligente, i trasporti ferroviari siano ambiti destinati a creare loro piattaforme, con una gestione rigorosamente autonoma dei propri dati, senza bisogno di condividerli con terzi. Nello stesso tempo si intravedono possibilità per nuovi operatori, magari legati ai territori, in grado di crescere coltivando relazioni più mirate e consapevoli con l’utenza”.

Riecheggia dunque, forse profetico, il Lino Banfi che nello spot sul calcio in TV, con l’alibi del suo slang pugliese, esclama impunito un sonoro “porca puttena”