Hacker italiani, quinto posto ai Mondiali di Las Vegas

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Hacker italiani ai vertici mondiali, e senza rivali in Europa. Ce lo dice il Def Con, termine equivalente a stato d’allerta per le forze armate americane, utilizzato anche per l’evento che si svolge ogni estate a Las Vegas, negli Stati Uniti. Qui, per tutti gli hacker sparsi sul pianeta, Def Con significa una sorta di campionato mondiale di cybersecurity, riservato a chi ama violare ogni sistema di difesa informatica, fornendo una marea di indicazioni, comprese molte contromisure da prendere, a chi investe capitali e progetti nelle Smart City dell’immediato futuro.

Quella conclusasi domenica 11 agosto nella metropoli-casinò del Nevada è stata la ventisettesima edizione del Def Con dove, per il secondo anno di fila, l’Italia era rappresentata dalla squadra dei Mhackeroni, piazzatisi al quinto posto dopo tre appassionanti giornate di sfide informatiche, dietro nell’ordine i vincitori americani dell’università di Pittsburgh, e le tre potenze asiatiche rappresentate da Taiwan, Cina e Corea del Sud. Un risultato di assoluta eccellenza, considerando che nessuna squadra europea ha fatto meglio, e che la partecipazione al Def Con 2019 è stata frutto di ammirevoli, stoicissimi sacrifici, a cominciare da quelli economici, necessari per inviare oltre oceano una squadra di circa quaranta elementi. Questi sono stati ospitati per quattro giorni in una suite del Planet Hollywood, l’hotel di Las Vegas teatro della manifestazione, a cui hanno partecipato sedici “nazionali”, per un totale di circa 700 giocatori in campo.

Per la spedizione italiana si parla di circa 50mila euro “che siamo riusciti a raggranellare mettendo assieme contributi accademici, generosità di aziende partner e inevitabile crowfunding, una colletta in cui abbiamo coinvolto oltre 150 sostenitori, pronti a versare dai 5 ai 200 euro, a seconda delle proprie disponibilità” racconta Daniele Lain, vicentino ventisettenne, ricercatore di ingegneria informatica all’università di Zurigo, uno dei coach dei Mhackeroni, dove si sono ritrovati assieme alcuni fra i migliori talenti informatici degli atenei italiani. La loro è una performance resa ancora più probante dal contesto in cui sono costretti a operare, un’Italia che, secondo quanto rilevato in un report appena pubblicato dall’Ocpi, l’Osservatorio sui conti pubblici nazionali, si trova al penultimo posto per investimenti nell’univesità, calati di 600 milioni solo nel quinquennio 2010-2015.

Nonostante queste contrarietà i Mhackeroni, che per il loro nome nazionalpopolare in salsa Smart sarebbero già da podio, sono riusciti a giocare da protagonisti in tutte e tre le giornate del Def Con, caratterizzate da prove in cui difendere la propria inviolabilità informatica cercando nel contempo di penetrare nelle piattaforme altrui. Per fare ciò, le postazioni di tutte le rappresentative sono state riunite in un unico salone dell’albergo, ognuna presidiata da un gruppo ristretto, mentre il grosso di ogni squadra “lavorava” dall’interno della propria suite, trasformata per tre giorni in una centrale informatica attraversata da cavi e costellata di schermi.

Fra rotte spaziali affidate a intelligenze artificiali e sistemi di sicurezza telefonici da violare per la cattura della bandiera informatica avversaria (“Capture the Flag” è l’imperativo di ogni Def Con) la prova più singolare di quest’edizione è stata la sorpresa di una sfida collettiva a “Doom”, pionieristico videogioco per “smanettoni sparatori”, datato ormai anni ’90, anche se la Bethesda Softworks ne ha editato un’ultima versione tre anni fa. Qui i Mhackeroni italiani sono stati dominatori assoluti, grazie soprattutto alla perizia di Giulio Di Pasquale, venticinquenne tarantino attualmente iscritto a un dottorato a Londra, uno che all’età di appena tre anni ha iniziato a smanettare nel Doom del fratello adolescente e sin da allora ne ha appreso a memoria ogni caratteristica tecnica e agonistica.

Fin qui le cronache “sportive” del mondiale 2019 per hacker. Come si può facilmente immaginare, attorno ai virtuosismi informatici delle varie squadra ruotavano gli interessi di molti addetti ai lavori, circa trentamila, giunti da ogni parte del mondo per aggiornarsi su quegli attacchi informatici che, come le cronache riportano, sono sempre più al centro della competition globale politica ed economica. Una platea dove ovviamente non mancano, anche in incognito, agenti di Cia, Fbi e altri “servizi” più o meno segreti. Fra i vari test provati a Las Vegas non è mancata quello relativo alla “tenuta” della cabina da utilizzare per il voto elettronico nelle elezioni politiche. Sottoposta agli attacchi degli hacker presenti a Las Vegas, ha resistito circa mezz’ora. Non quel che si dice “una garanzia”.