Limiti e soluzioni delle comunità energetiche in Italia


Un nuovo studio condotto per Legambiente ed Enel Foundation ha approfondito la situazione attuale delle comunità energetiche del Paese: quali vincoli e limiti?

Le comunità energetiche in Italia stanno prendendo piede. Finalmente, verrebbe da dire, dato il loro valore nell’ottica di un futuro fatto di edifici e città intelligenti.
E così, merito soprattutto di normative ed incentivi ad hoc, le prime comunità energetiche italiane sono emerse nel campo dell’energia distributiva, con benefici dichiarati tra transizione ecologica, rivoluzione digitale e società.

D’altra parte, però, un recente studio Elemens per Legambiente ed Enel Foundation Knowledge Partner ha messo luce sulla produzione e la condivisione di energia da fonti rinnovabili a livello nazionale.
in questo documento, le Energy Communities risultano una soluzione innovativa e sostenibile nel settore energetico per avvicinarsi alle zero emissioni, coinvolgendo il maggior numero possibile di attori sociali e puntando i riflettori sull’impegno attivo a causa della vicinanza geografica tra produzione e consumo di energia. Inoltre, a livello sociale questa rivoluzione energetica potrebbe portare anche a un cambiamento culturale.

Comunità energetiche in Italia: quali limiti?

Il problema, stando allo studio, è che per soddisfare tutte le potenzialità delle comunità energetiche in Italia si dovrebbe prima superare alcuni vincoli, a partire dai criteri di dimensionamento sia delle comunità che degli impianti.
Ad oggi la normativa permette a impianti e clienti di «associarsi» in una REC (Renowable Energy Community) se tutti collegati alla rete di Bassa Tensione e sottesi alla medesima «cabina di trasformazione MT/BT». Questo criterio è essenziale per giustificare la restituzione ai clienti delle componenti della bolletta legate all’uso della rete elettrica. Ma l’allargamento del perimetro potrebbe altresì ingaggiare categorie al momento non raggiungibili e persino aree demograficamente meno dense.

Lo studio suggerisce di abbandonare il criterio elettrico in favore di quello geografico e/o amministrativo.
Perchè? Adottando un criterio simile, si anteporrebbe la semplicità gestionale e operativa, probabilmente uno dei fattori chiave nel successo dei modelli, alla corrispondenza tra partite commerciali e fisiche: verrebbe dunque superato il concetto di sovrapponibilità tra scambi di potenza fisici e virtuali – allontanandosi da perimetri limitati (ad esempio, la stessa via) ed avvicinandosi ad aree più estese (un medesimo comune, CAP, provincia) l’autoconsumo virtuale si discosta sempre più da un sistema di simulazione di scambi fisici diventando semplicemente un meccanismo di gestione di partite commerciali). E persino allentando il tetto di potenza per gli impianti si potrebbe facilitare l’allargamento del perimetro consentendo di sfruttare al massimo l’economia di scala.

Comunità energetiche in Italia: i sussidi

Ad oggi il sistema incentivante premia l’energia condivisa mediante una tariffa unica (100 €/MWh per auto-consumatori collettivi, 110 €/MWh per energy community), ma tutto senza tener conto delle taglie impiantistiche. Per le piccole installazioni, quindi, i costi livellati della produzione energetica sono sempre elevati e potrebbero anche risultare insostenibili senza i benefici di incentivi come, ad esempio, il superbonus 110%.
In assenza un extra-valore – definisce il report – non si ravviserebbe alcuna convenienza da parte dei partecipanti (che appunto, cederebbero/acquisterebbero energia a prezzi di mercato) alla costituzione del modello. Anche per tale ragione, già all’interno delle direttive, è prevista esplicitamente la possibilità di riconoscere alle varie configurazioni delle forme di sostegno.