Case Green, basta rinvii: la procedura d’infrazione UE dimostra che la transizione energetica non può più aspettare
EPBD4, la procedura d’infrazione dell’Europa richiama tutti alle proprie responsabilità: è tempo di trasformare gli obiettivi climatici in politiche industriali concrete
La decisione della Commissione Europea di avviare una procedura di infrazione nei confronti di tutti i 27 Stati membri per il mancato recepimento della direttiva EPBD4 non dovrebbe essere letta come un atto burocratico o, peggio ancora, come l’ennesima imposizione di Bruxelles. È, piuttosto, il segnale che il tempo delle dichiarazioni d’intenti è terminato e che ora è necessario tradurre gli obiettivi condivisi in azioni concrete. La Commissione ha inviato a tutti gli Stati una lettera di costituzione in mora per non aver recepito entro i termini la Direttiva 2024/1275 sulla prestazione energetica degli edifici, concedendo due mesi per completarne l’attuazione.
Sul tema della transizione energetica il dibattito pubblico continua troppo spesso a dividersi tra sostenitori e oppositori, quasi si trattasse di una scelta ideologica. Non lo è. Le evidenze scientifiche sul cambiamento climatico, sul consumo delle risorse e sulla necessità di ridurre la dipendenza energetica dai combustibili fossili costituiscono ormai un patrimonio di conoscenze difficilmente contestabile. Si può discutere dei tempi, degli strumenti, delle priorità e delle modalità di attuazione. Non della necessità di agire.
L’Europa, da questo punto di vista, ha una responsabilità particolare. Non può permettersi salti nel vuoto, perché deve preservare competitività, occupazione e coesione sociale. Ma non può nemmeno rinunciare al ruolo di apripista che la storia e la sua capacità industriale le assegnano. In una corsa di lunga durata serve qualcuno che faccia la lepre. E l’Europa deve continuare a essere quella lepre.
Sentiamo spesso ripetere che “gli altri inquinano di più”, che “Cina, India o Stati Uniti non fanno abbastanza”. È un’osservazione che contiene elementi di verità, ma che non può diventare l’alibi per l’inazione. Se ciascuno attendesse il vicino prima di muoversi, nessuna trasformazione sarebbe mai possibile. La leadership non consiste nell’aspettare che siano gli altri a cambiare, ma nel dimostrare che cambiare è possibile senza compromettere sviluppo e benessere.
Anzi, è proprio qui che risiede la sfida più importante. La transizione energetica non deve essere interpretata come un costo inevitabile o un freno alla crescita economica. Può e deve diventare una straordinaria politica industriale. L’efficientamento energetico degli edifici, la digitalizzazione delle infrastrutture, la diffusione dell’automazione, delle reti intelligenti, dell’elettrificazione e delle fonti rinnovabili rappresentano uno dei più grandi programmi di modernizzazione che l’Europa abbia davanti a sé. Significano innovazione, investimenti, occupazione qualificata e maggiore autonomia strategica.
Naturalmente questo richiede una politica industriale europea altrettanto coraggiosa. La concorrenza globale non può trasformarsi in una competizione sleale fondata sul dumping ambientale, sociale o economico. Se chiediamo alle imprese europee di investire nella sostenibilità, dobbiamo anche proteggerle da chi compete senza rispettare le stesse regole. Difendere il mercato europeo e accelerare la transizione non sono obiettivi alternativi: sono due facce della stessa strategia.
Per il settore dello smart building tutto questo assume un significato ancora più evidente. La EPBD4 non parla soltanto di efficienza energetica, ma di edifici digitali, intelligenti, capaci di gestire energia, dati e servizi in modo integrato. È il terreno sul quale si costruirà una parte significativa della competitività europea nei prossimi decenni.
La procedura di infrazione non è quindi una bocciatura politica. È un richiamo alla responsabilità collettiva. Perché il vero rischio non è recepire troppo in fretta la direttiva. È arrivare troppo tardi in un cambiamento che, piaccia o meno, è già iniziato.





