Artigiani vs telco: la sfida sull’FTTH

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Sì, l’Italia è in ritardo nel processo di digitalizzazione. La cosa ormai non fa quasi più notizia visto che puntualmente studi, statistiche, indagini ci posizionano in fondo alle classifiche. Lo fa, ultimo in ordine di tempo, il rapporto DESI (The Digital Economy and Society Index) della Ue: siamo al 25° posto su 28 Paesi.

Il contesto di arretratezza non fa che sommare gli auspici affinché «si acceleri il processo di attuazione dell’Agenda Digitale investendo sempre di più nel cablaggio strutturato in fibra ottica degli edifici, per favorire l’accesso alla rete a un numero sempre maggiore di persone e ridurre quel digital-gap che al momento allontana l’Italia dagli altri Paesi europei», come è scritto nella nota stampa relativa al convegno “Smart City, Smart Building: norme, progetti e soluzioni nell’ambito FTTH” svolto il 7 novembre scorso a Milano, organizzato da Prysmian Group insieme a IATTItalian Association for Trenchless Technology. Evento che ha coinvolto Ministero dello Sviluppo Economico, ANCI, ANACI e ANCE, ASSISTAL, Università “La Sapienza” di Roma, Open Fiber, TIM, Sirti, BTicino, Alpitel.

«Per sostenere il processo occorre favorire lo sviluppo combinato delle infrastrutture orizzontali e verticali, come l’attuazione del Piano Banda Ultra Larga, la costruzione di edifici predisposti alla banda larga e l’adeguamento di quelli esistenti. Trovare un modello e una metodologia che siano efficaci per il cablaggio verticale attraverso l’architettura FTTH è una sfida che bisogna vincere per rendere le nostre città smart», ha ribadito nell’occasione il “padrone di casa” Carlo Scarlata, Amministratore Delegato Commerciale di Prysmian Italia.

La sfida dell’FTTH, che vuol dire portare la connessione in fibra fin dentro le case, ha intanto suscitato in sala un sapido scambio di opinioni. Inutile girarci attorno: l’FTTH è terreno di una disputa tra gli interessi delle telco, che sfruttano con una certa disinvoltura la loro “rendita di posizione”, Open Fiber per esempio, e quelli degli installatori artigiani che nel cablaggio verticale hanno individuato occasione di rilancio e di sviluppo della loro professione.

Mancando una specifica e chiara armonizzazione nell’attività di infrastrutturazione in fibra orizzontale e verticale, i più forti occupano gli spazi portando la “loro” fibra nelle case duplicando l’impianto già installato, quando invece l’infrastruttura fisica multiservizio passiva prevista dall’ormai celebre articolo 135 bis è di per sé neutra, destinata cioè a far transitare i servizi di tutte le telco scelti dai proprietari. Come, tra gli altri, ricorda Schneider Electric con un suo recente video-tutorial.

Nel mezzo della disputa i cittadini, perlopiù inconsapevoli della materia, dei loro diritti e dell’opportunità che la connessione in fibra offre loro. Non per nulla Francesco Burrelli, presidente nazionale di ANACI (gli amministratori di condominio), ha ricordato che esistono norme da rispettare e che la concertazione è necessaria per evitare il muro contro muro tra amministratori, cittadini e operatori.

Il confronto si è incendiato quando Guido Garrone, direttore Network & Operations Cluster A&B di Open Fiber, ha spiegato che la società compartecipata da Enel e Cdp non ha nessuna intenzione di duplicare gli impianti esistenti (sic!) e che insieme a TIM sta trovando i termini di un accordo per evitare proprio la duplicazione e per l’affitto reciproco delle tratte esistenti. Ma la cosa che ha sorpreso maggiormente è quando Garrone ha dichiarato che fatto 100 i costi totali sostenuti da Open Fiber per l’infrastutturazione di rete, 40 vanno per il cablaggio verticale.

Un ammontare parso davvero enorme dato i costi non certamente proibitivi di un impianto multiservizio, se non addirittura autolesionista. Già, perché duplicare gli impianti già installati? Perché, ha spiegato ancora Garrone con serenità, Open Fiber non ha la garanzia sulla qualità degli impianti realizzati dagli artigiani installatori, mancando loro l’abilitazione ufficiale e mancando anche il certificato che ne attesti la regola dell’arte.

Da qui l’esplicito risentimento di Claudio Pavan, il battagliero presidente nazionale del Gruppo Antennisti Elettronici di Confartigianato, che ha seccamente smentito queste dichiarazioni, ricordando che gli artigiani conoscono l’esistenza della norma CEI che stabilisce come deve essere realizzato l’impianto e che sono abilitati dalle Camere di Commercio ad operare negli impianti elettronici.

Dal canto suo, Carlo Filangeri, manager di TIM, ha sostenuto che, in effetti, la rete interna all’appartamento è un problema da risolvere anche per una mera questione tecnica: l’eccesso di fiducia nel wifi determina il crollo della performance della connessione rispetto alla velocità nominale che la rete è in grado di assicurare.

Diciamo allora che se passasse il principio di non duplicazione con la presenza (e l’osservanza) di regole chiare per la corretta tenuta in manutenzione dell’impianto sarebbe difficile per le telco invocare chissà quali argomenti per non poter utilizzare gli impianti già realizzati, come del resto già accade a Milano con quelli stesi a suo tempo da Metroweb.

Per concludere e a onor di cronaca, su un argomento i “contendenti” di giornata si sono allineati: i tecnici installatori hanno bisogno di formazione specifica sull’FTTH. Quelli attualmente a disposizione sono in numero insufficiente rispetto a quelli che effettivamente servirebbero. Come dire: il mercato c’è, preparatevi.