Smart city, i robot che creano posti di lavoro


Robot vuol dire posti di lavoro nell’industria e nelle smart city dietro l’angolo del futuro. Tendenza confermata da ogni previsione anche per il 2019. Alla faccia di quanti hanno a lungo preconizzato la fine dell’occupazione per milioni di lavoratori soppiantati dai loro sostituti creati in laboratorio: per l’appunto i robot. Ciò vale ancora di più per il nostro Paese, dove sui robot si sta profilando da tempo uno dei più fiorenti business del nuovo made in Italy. Con prospettive rese oltre modo floride da sommovimenti di mercato destinati a lasciare presto segni di storica portata, a cominciare dalla diffusione di massa di collaboratori domestici robotizzati come il Vesta che l’americana Amazon potrebbe mettere in commercio già nei primi mesi del 2019.

Dati alla mano, nel segno dei robot la somma virtuosa è presto fatta. Da una parte un indotto dell’industria 4.0 dove, secondo uno studio diffuso lo scorso anno dal sindacato Cgil, solo nel Veneto le nuove assunzioni in fabbrica arrivano per il 75% da aziende ad alto tasso di automazione, al cui interno la percentuale di neo-laureati assunti è del 6% superiore alla media. Dall’altra, i riflessi inevitabili dei massicci investimenti in corso su scala globale: un colosso multinazionale come Amazon, ad esempio, può ufficialmente dichiarare di avere proceduto a duemila assunzioni in Italia solo nell’arco del 2018, trecento più del previsto, per un totale di oltre 5.500 dipendenti dislocati nelle varie sedi sparse per la Penisola.

Robot, smart city e nuove assunzioni

È la stessa Amazon che fa degli alti livelli di automazione una delle proprie bandiere. Non solo in termini di organizzazione logistica delle proprie strutture. Ma anche sotto il profilo della produzione vera e propria di robot, secondo una linea che nel 2019 dovrebbe portare, secondo più di una previsione, al debutto ufficiale di Vesta, robot factotum destinato a governare e pulire le nostre smart home nelle smart city attraverso un sistema di software e telecamere computerizzate. Nonostante una sperimentazione ovviamente top secret, induce a questa considerazione la voce “robotics” dominante nella pagina Lab 126 Jobs destinata da Amazon alle nuove assunzioni in questo settore, affidato alla supervisione di Gregg Zehr, autore di quindici brevetti durante una carriera sviluppatasi lavorando precedentemente per Apple e Linux.

Una leadership italiana

D’altra parte, il movimento è quanto meno frenetico all’interno di un indotto robotico che, secondo le stime di Research and Markets, avrà entro il 2023 un valore stimato attorno ai 15 miliardi di dollari solo per gli automi destinati ai consumatori e quindi ad automatizzare le smart city. Con significativi contributi in arrivo dal made in Italy, certificati dalle rilevazioni di IFR, la federazione robotica internazionale, che per il 2017 ha accreditato l’Italia di un tasso di crescita di installazioni doppio rispetto alla Germania, triplo rispetto agli Stati Uniti, e caratterizzato da un +19% perfino nei confronti del Giappone, da sempre all’avanguardia nella robotica, superato in termini assoluti solo dalla Cina, dove solo nel 2017 sono state inserite 138 mila nuove applicazioni, oltre un terzo dei 387 mila nuovi robot censiti nel mondo.

Quello dei robot italiani, destinati ad animare le smart city del XXI secolo, è un successo che si presta a molteplici letture. Sul fronte della grande industria colpisce in negativo la ventilata cessione all’estero di Comau, gioiello torinese del gruppo FCA, fornitore di robotica a grandi brand dell’industria automobilistica come Audi e Mercedes; Bloomberg ne stima il prezzo fra il miliardo e mezzo e i due miliardi di euro. Si moltiplicano invece i segnali di vitalità e sviluppo da parte di startup nate più o meno dal nulla: caso emblematico quello della milanese Springa, incubata in seno al Polihub del Politecnico di Milano, in grado di raccogliere un milione di dollari di finanziamento crowfunding sulla piattaforma Kickstarter attorno alla forza d’urto di Goliath, fresatrice robotica progettata per lavorare su grandi superfici, così come già si profilava nella tesi di laurea del suo inventore, Lorenzo Frangi.

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