Mancano 2,75 trilioni di euro per la renovation wave del continente


Quel processo di ristrutturazione nell’ottica della decarbonizzazione degli edifici: lo squilibrio tra risorse e necessità secondo il Green Finance Institute

I conti non tornano. Può succedere in una famiglia, dentro un’azienda, persino allo Stato. Ma se accade a Bruxelles, ai piani alti dell’Unione europea, allora il rischio è che i numeri da rivedere siano molto, ma molto grandi, per l’esattezza 2,75 trilioni di euro… Peggio, poi, se la gigantesca cifra in questione riguarda uno degli elementi fondamentali nella transizione energetica che dovrà portare il Vecchio continente a raggiungere l’impatto zero per la metà del secolo, ovvero la decarbonizzazione degli edifici come conseguenza del processo di ristrutturazione che viene definito come renovation wave. Un processo, fra l’altro, su cui la Commissione europea ha intenzione di accelerare come dimostra la sua ultima direttiva sull’argomento, con lo stop alla vendita e all’affitto fra pochi anni degli edifici inefficienti dal punto di vista energetico.

A fare il punto della situazione, e quindi ad individuare l’attuale enorme squilibrio fra risorse in campo ed effettive necessità è un’analisi del Green Finance Institute, il principale ente britannico che si occupa della collaborazione del settore pubblico e privato nella finanza green. Il titolo è già tutto un programma: “Sbloccando i trilioni – Innovazione pubblico-privato per realizzare l’obiettivo della renovation wave nell’Unione europea”.

Per capire perché non bastano i miliardi per affrontare l’argomento in questione, ma occorre ragionare in termini di trilioni, è sufficiente la considerazione di partenza contenuta nello studio: il settore edilizio europeo da solo è responsabile del 40% del consumo di energia (la maggior quantità di energia utilizzata rispetto a qualsiasi altro settore preso in considerazione), registrando il 36% delle emissioni di gas serra nell’Unione europea ed essendo inoltre responsabile del 50% delle materie prime estratte e del 21% del consumo di acqua.

Da qui il calcolo delle risorse necessarie nei prossimi dieci anni per far sì che il settore dell’edilizia fornisca il suo contributo decisivo a centrare il primo obiettivo climatico fissato dall’Unione europea per il 2030, vale a dire la riduzione del 55% delle emissioni di gas serra. Ebbene, l’ammontare delle risorse necessarie a decarbonizzare e ristrutturare gli edifici del Vecchio continente viene quantificato in circa 3,5 trilioni di euro.

Una somma colossale che al momento risulta coperta solo in minima parte (circa il 20%) dagli stanziamenti già decisi. Quest’ultimi, poi, vanno identificati nelle risorse contenute nel recente fondo Next Generation EU (NGEU) messo a disposizione degli Stati membri, Italia compresa, per la ripartenza economica e sociale dopo gli enormi danni arrecati dalla pandemia. Infatti, la componente principale del fondo NGEU è il Recovery and Resilience Facility (RRF), ovvero un mix di risorse pari a ben 673 miliardi di euro costituito da prestiti (360 miliardi) e sovvenzioni (313 miliardi) a disposizione degli Stati membri con l’obiettivo di “tornare a costruire meglio”.

Ma così i conti, come detto in apertura, non tornano perché fatti salvi i soldi del fondo NGEU, la renovation wave necessiterà di ulteriori 275 miliardi di euro all’anno da qui fino al 2030, appunto 2,75 trilioni complessivi che per forza di cose dovranno provenire anche dal settore privato. Al riguardo lo studio del Green Finance Institute sottolinea come i fondi dell’Unione “rappresentano un’opportunità chiave per sviluppare nuove politiche d’innovazione e soluzioni di finanziamento pubblici per aumentare il capitale privato. Tale opportunità non può essere sprecata se si vuole vincere la sfida degli investimenti durante questo decennio”.