Siamo pronti per lo Smart Readiness Indicator?


Sta per debuttare anche nel nostro Paese l’indicatore voluto dall’Unione europea per misurare l’intelligenza degli edifici.

C’era da aspettarselo, ma adesso sta per divenire realtà anche in Italia. Con la grande transizione in atto nell’edilizia, nella direzione della sostenibilità ambientale, integrata ed affiancata dalla rivoluzione digitale che sta rendendo sempre più “intelligenti” gli edifici, non si poteva certo pensare che rimanesse immutato il panorama degli strumenti utili a misurare e descrivere gli immobili stessi. In particolare, nel 2018 l’Unione europea ha introdotto lo SRI, acronimo di Smart Readiness Indicator. Si tratta, sostituendo la lingua italiana alla perfetta sintesi inglese, di un indicatore che misura la capacità d’intelligenza di un edificio, destinato a divenire in poco tempo parte integrante del linguaggio dell’edilizia così come è avvenuto a suo tempo per quello che si può definire il suo “rozzo” antenato, ovvero l’Attestazione della Prestazione Energetica o APE che dir si voglia.

Il perché lo SRI rappresenti una forte evoluzione rispetto all’APE lo spiega, ad esempio, un interessante Focus dell’ENEA su “Tecnologie, dispositivi e strategie per Smart Building”. In esso viene sottolineato come nel passato l’approccio degli interventi di ottimizzazione energetica degli edifici è stato prevalentemente basato sull’efficientamento del singolo componente (costruttivo o impiantistico) che concorre al consumo, ai fini del miglioramento complessivo della classe energetica dei fabbricati. Senonché, con il passare degli anni è divenuto sempre più evidente che a propiziare il risparmio energetico concorrono altri importanti elementi, fra i quali c’è il controllo del corretto utilizzo dei componenti, nonché il monitoraggio delle prestazioni energetiche in modo che i consumi avvengano sulla base dell’effettivo bisogno. Attività, appunto, che rientrano in quella che viene ora definita come la capacità smart di un edificio.

Ma come funziona lo Smart Readiness Indicator? Innanzitutto va detto che si tratta di uno strumento molto accurato, non privo di una sua complessità considerato che sono molte le variabili in gioco quando si tratta di misurare “l’intelligenza” di un edificio. In particolare, la sua dotazione smart viene determinata con riferimento a nove domini: riscaldamento, raffrescamento, acqua calda sanitaria, sistema di ventilazione, illuminazione, copertura dinamica edificio, elettricità, sistemi di ricarica veicoli elettrici, controllo e gestione. È all’interno di questi domini che il certificatore SRI deve verificare i servizi presenti nell’edificio e il loro livello di funzionalità. A questo punto, l’impatto di ciascun servizio viene valutato in base a otto categorie d’impatto: risparmio energetico, flessibilità nell’interazione con la rete, la generazione distribuita, comfort degli utenti, convenienza economica, salute e benessere, manutenzione preventiva e accesso alle informazioni degli occupanti. Per ciascuna di queste categorie si avrà un punteggio che concorre a determinare un valore finale, in una scala da uno a cento, appunto lo Smart Readiness Indicator dell’edificio.

Con queste caratteristiche, lo SRI si candida fortemente a divenire un protagonista anche nel mercato immobiliare. Infatti, man mano che crescerà la consapevolezza da parte dei cittadini di quanto sia importante la presenza negli edifici di sistemi di cablatura e componenti smart, un immobile dotato di uno SRI elevato avrà sicuramente una marcia in più nelle compravendite. Tanto più che – come sottolinea il Focus dell’ENEA – oltre il 60% del risparmio energetico annuo conseguito nel 2030, sarà ottenuto grazie a interventi di riqualificazione edilizia, installazione di pompe di calore ed efficientamento dei dispositivi di uso finale effettuati nel settore dell’edilizia residenziale e terziaria.