Niente scippi, ma la direzione non cambia


La Commissione corregge il tiro sull’EPBD (Energy Performance of Buildings Directive), ma rimane la forte spinta all’efficientamento del patrimonio immobiliare dell’Unione

Frans Timmermans, vice presidente della Commissione europea, per evitare di essere malinteso e per gettare acqua sul fuoco, l’ha dovuto dire in italiano: “Bruxelles non dirà che non potete vedere la vostra casa se non è ristrutturata e nessun burocrate di Bruxelles vi confischerà la vostra casa se non è ristrutturata”.
Una chiarezza necessaria dopo le indiscrezioni che avevano messo in allarme soprattutto gli italiani, come noto, grandi proprietari immobiliari dell’Unione.

Tutto archiviato, dunque si era solo scherzato?
Decisamente no, dal momento che l’EPBD mantiene gran parte degli obiettivi che comparivano nelle prime indiscrezioni, dando una sterzata molto netta e decisa a favore della decarbonizzazione degli edifici, soggetti energivori per definizione e produttori del 36% delle emissioni di CO2.
D’altro canto, operare sugli edifici e sulla mobilità appare una scelta pressoché obbligata se si vuole almeno tentare di raggiungere gli obiettivi ambiziosi del 2030 e del 2050.

La Energy Performance of Buildings Directive, pertanto, conferma che a partire dal 2030 nel territorio dell’Unione Europea dovranno essere costruiti solo edifici a emissioni zero, e indica nel 2040 l’anno in cui ci sarà lo stop all’uso delle energie fossili nel riscaldamento, con l’obiettivo di portare gli edifici residenziali almeno in classe F entro il 2030.
Sono solo i punti salienti di quanto presentato dalla Commissione Europea come parte del pacchetto “Fit for 55” adottato nel luglio 2021 e che, dunque, ora inizia il suo iter per l’approvazione, passando da Consiglio ed Europarlamento.

L’obiettivo dichiarato è quello di avere un parco immobiliare a emissioni zero entro il 2050, tenendo conto del fatto che riscaldamento, raffrescamento e produzione di acqua calda sanitaria consumano l’80% dell’energia necessaria alle famiglie.
Se dal 2030 tutti i nuovi edifici dovranno essere a emissioni zero, un ruolo guida sembra spettare alla pubblica amministrazione, dal momento che tale obbligo nel caso di immobili pubblici scatterebbe già dal 2027.

Ma, come è stato più volte evidenziato, il vero problema nel vecchio continente non è rappresentato dai nuovi edifici, quantitativamente non molto numerosi, ma da quell’80% di edifici esistenti la cui data di costruzione è precedente al 1970 e che non verranno sicuramente tutti abbattuti e ricostruiti (non fosse altro perché in questa categoria rientrano gran parte dei centri storici di pregio).
In tal senso l’EPBD interviene a vari livelli. Il primo consiste nell’adozione di nuovi standard minimi di prestazione energetica a livello dell’UE da applicarsi per le ristrutturazioni: il 15% del patrimonio edilizio con le prestazioni peggiori di ciascuno Stato membro dovrà, infatti, passare dalla classe G dell’attestato di prestazione energetica (Ape) ad almeno la F, entro il 2027 per edifici non residenziali ed entro il 2030 per gli edifici residenziali.

Sulla stessa linea anche l’ideazione di un cosiddetto “passaporto per la ristrutturazione” dell’edificio che, stando al comunicato della Commissione, dovrebbe essere “uno strumento per facilitare la pianificazione e una ristrutturazione graduale verso il livello di emissioni zero”.
Così come gli “standard ipotecari” per i mutui, che dovrebbe incentivare gli investitori a migliorare la prestazione energetica del loro portafoglio immobiliare e incoraggiare i potenziali mutuatari a rendere le loro proprietà meno energivore.

Stop, infine, a tutti gli incentivi che i singoli Stati dell’Unione riconoscono per caldaie a combustibili fossili a partire dal 2027 e l’introduzione esplicita della possibilità di vietare gli stessi combustibili negli edifici.
Nella logica di spingere anche la conversione green della mobilità, l’EPBD promuove anche la realizzazione delle infrastrutture di ricarica per i veicoli elettrici negli edifici residenziali e commerciali, come parti essenziali dell’infrastruttura della nuova mobilità.
In caso di approvazione spetterà poi agli Stati, secondo la proposta dell’EPBD, la predisposizione di piani nazionali per l’energia e il clima che comprendano i provvedimenti indicati.

Fatto salvo, quindi, che siamo ancora nel novero delle proposte e che tali rimarranno fino all’approvazione da parte del Consiglio e del Parlamento Europeo, è indubbio quale sia il trend che si sta affermando con decisione crescente. Assisteremo sicuramente alle consuete contorsioni tra chi spinge in una direzione e chi mira a frenare l’innovazione minacciando tragedie socio economiche, ma la strada sembra segnata e, d’altro canto, sembra una strada ormai obbligata. Meglio quindi attrezzarsi per tempo.