Se il pianeta ha bisogno di smart building


Nel primo semestre del 2018 l’energia prodotta da fonti rinnovabili dell’Enel rappresenta il 41%. L’obiettivo a lungo termine è la “decarbonizzazione del mix” entro il 2050 prevedendo che l’energia rinnovabile contribuisca a circa la metà della capacità totale di 83 GW del Gruppo prevista al 2019. Ma al di là dell’energia Enel dichiara di voler puntare in futuro ai servizi come la smart city e la mobilità urbana.

L’agenzia di rating Moody’s boccia l’Italia non tanto per i suoi conti (per una volta), ma per le politiche ambientali e per la prevista incapacità di raggiungere sia gli obiettivi di decarbonizzazione che si è data sia i target fissati dall’Unione europea.

Oggi, 1 agosto, il sito Il Quotidiano Immobiliare scrive che «Il settore immobiliare è stato uno di quelli maggiormente influenzati dalla grande rivoluzione di internet, ma la grande rivoluzione tecnologica potrebbe espandersi anche alla produzione: costruzione di nuovi immobili, con nuovi materiali, nuovi dispositivi, nuove funzioni». Tipo l’Internet of Things «con la possibilità di rendere smart e interoperabile nelle sue funzioni la propria abitazione (o immobile commerciale). La possibilità di reperire milioni di dati che vanno poi analizzati per fornire metodologie di utilizzo e di miglioramento delle performance di qualsiasi tipo del proprio immobile». Performance di qualsiasi tipo, l’efficienza energetica, per esempio.

Tre indizi fanno una prova? Forse. Resta il fatto che sempre oggi 1 agosto cade l’Earth Overshoot Day, giorno in cui la Terra ha esaurito le sue risorse. Cioè: abbiamo già consumato tutte le risorse naturali a disposizione per l’anno in corso. Da oggi siamo in riserva, solo che la riserva non c’è, servirebbe quasi un altro pianeta per sfamare l’implacabile voracità del genere umano. Quindi, sovrasfruttiamo. E pensare che 40 anni fa il fatidico giorno cadeva il 29 dicembre. Praticamente il bilancio era in pari, adesso il “rosso” è di cinque mesi tondi. Solo dal 2000 a oggi ne abbiamo buttati due.

Attraverso l’hashtag #MoveTheDate la ong Global Footprint Network, che elabora i dati, invita a darsi una mossa e correre ai ripari. Tipo: evitare il consumo di cibi lavorati e gli sprechi alimentari, ripensare le città – nel 2050 ospiteranno almeno il 70% della popolazione mondiale – e decarbonizzare l’economia. La stessa Global Footprint Network ha stimato che se si tagliassero la metà delle emissioni del settore energetico si recupererebbero 93 giorni, tre mesi.

Siamo al punto. Fonti rinnovabili, politiche ambientali, rivoluzione tecnologica, efficienza energetica e conseguente risparmio. Tutto si tiene per dare all’unico pianeta di cui disponiamo la chance di ospitarci e nutrirci ancora a lungo e tutto può cominciare nelle case (e poi nelle città) in cui abitiamo. Messa in questi termini il concetto di smart building appare allora non un’abile iniziativa commerciale oppure un indovinato slogan del marketing. Piuttosto, la connettività, i sistemi variamente complessi e le applicazioni digitali sono un’occasione per invertire virtuosamente la rotta.

Puntare l’attenzione su queste tematiche, farne uno dei cardini fondamentali come accade a Smart Building Levante a Bari il prossimo novembre e come accadrà a Smart Building Expo a Milano nel 2019 con l’inserimento delle nuove aree merceologiche dedicate alla smart city e al fotovoltaico, è una limpida indicazione programmatica che risponde ad una reale esigenza di vita (e, per associazione, di mercato).

Oltretutto, la rivoluzione tecnologica dell’edificio smart non distrugge posti di lavori, ma ne crea di nuovi e qualificati.

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