È la “terza via” il futuro dello Smart Working


Né sempre a casa, né sempre in ufficio, ma all’interno di nuovi spazi, condivisi da più aziende e gestite da nuove figure professionali. Così si profila il lavoro del post-pandemia. Con un’importanza della “presenza” chiara sia a colossi come Google che a consorzi di imprese italiane come Elis.

La “terza via” dello Smart Working, cioè al lavoro né sempre a casa né sempre in ufficio, è già un dato di fatto, come scopriremo in questo articolo. Giusto per inquadrare la complessità di un fenomeno che ci interroga tutti in questi termini: ma è una rivoluzione, lo Smart Working generato dalla pandemia e dalle distanze, o solo un radicale cambiamento? E lo è, una rivoluzione, al punto da trasformarsi in un campo di battaglia non solo economico-sindacale, ma anche culturale e sociale, se non, addirittura, “esistenziale”? Sul tema, segnali di tensione e problematicità arrivano da ogni dove.

C’è ad esempio Maurizio Landini che, da segretario generale di un sindacato come la CGIL, si presenta al Meeting di Comunicazione e Liberazione per invocare un nuovo Statuto dei Lavoratori in grado di tutelare i dipendenti da forme di precarietà e sfruttamento riconducibili all’isolamento domestico in cui si mettono a disposizione di una proprietà divenuta “invisibile”.

Ma c’è anche un ministro della pubblica amministrazione come Renato Brunetta che invoca la necessità di 150mila nuove assunzioni di personale destinato a relazionarsi con i cittadini italiani, in modalità Smart Working solo se questa garantirà servizio pieno e soddisfacente all’utenza (non esattamente quanto accaduto in tanti sportelli del settore pubblico durante il primo anno di coesistenza con il virus).

“Grande è la confusione sotto il cielo” ammoniva il leader della rivoluzione cinese Mao Zedong. La frase si applica perfettamente al mondo del lavoro dell’anno 2021, dove sono in atto sommovimenti tali da destinare alla soffitta dei ricordi quel pendolarismo casa-ufficio che prima della pandemia sembrava possedere i crismi dell’eternità. “Siamo solo all’inizio di lunghi percorsi, tutti da scoprire, e tesi a definire un nuovo modo di vivere il lavoro all’interno di spazi non solo più fluidi e dinamici, ma anche più condivisibili da parte di aziende diverse” anticipa in proposito il professor Luca Solari, ordinario di organizzazione del lavoro alla Statale di Milano, nonché direttore della scuola di giornalismo Walter Tobagi.

Se Solari sostiene questo, lo fa anche sulla base di un’esperienza fortemente innovativa come la direzione del fresco progetto Smart Alliance, all’interno del quale trenta delle oltre cento aziende consociate nel consorzio Elis stanno sperimentando una “terza via”, alternativa sia alle quaranta ore settimanali confinate dentro un immutabile ambiente lavorativo, che allo Smart Working praticato unicamente fra le mura di casa. Ragione per cui nelle cinque città scelte come “teatro” di Smart Alliance – che sono Milano, Roma, Napoli, Catania e Trapani – imprese dei settori telecomunicazioni, energia, alimentari, trasporti e finanza potranno raccontarci a breve cosa significa programmare marketing di surgelati ovviamente “distanziati” e travisati, ma nello stesso tempo in coabitazione con chi pianifica connessioni di fibra ottica oppure soluzioni di ergonomia applicate a Tir e container.

In attesa di scoprirlo, un dato che possiamo già dare per certo riguarda la molteplicità di domande innescate dal tema Smart Working dopo un anno di covid. Comprese quelle fatte per rammentarci che a volte Internet somiglia proprio a un oracolo. Misterioso e rivelatore, nello stesso tempo.

Succede, a questo proposito, che, nel tardo pomeriggio del 21 aprile scorso, Google lanci, pressoché appaiate, due news.

La prima è quanto meno attesa, a causa del perdurare della pandemia. “Smart Working, prolungamento fino a settembre” si apprende dal sito di Sky Tg 24, dove la notizia consiste nel protrarsi “almeno” fino all’autunno dello stato di emergenza proclamato dal governo, con conseguente possibilità per aziende e dipendenti, ma anche per lavoratori autonomi e liberi professionisti, di continuare a operare in remoto, attraverso le connessioni di Rete. E’ una modalità che riguarda svariati milioni di cittadini, considerando quanto ci dice un sondaggio svolto da “Fondirigenti”, e fatto per dimostrare come il 54% delle imprese italiane si dichiarino predisposte a mantenere lo Smart Working anche quando ci saremo buttati alle spalle la pandemia, con tendenza particolarmente spiccata fra cooperative, enti no-profit e aziende a  conduzione familiare.

Ma, giusto accanto a questa, ecco che compare una seconda notizia, lanciata dal notiziario immobiliare L’Idealista. Il titolo recita “Borgo Office, lo Smart Working a costo zero nei borghi più belli d’Italia”, e si riferisce a quanto realizzato dalla piattaforma Borgo Office, che dallo scorso gennaio propone soggiorni di lavoro a distanza in una trentina di strutture recettive, soprattutto agriturismi, sparsi per la penisola. A quanto pare la formula della settimana, durante la quale coltivare progetti e relazioni professionali con grandi studi o imprese metropolitane dalla quiete di una contrada umbra piuttosto che di una località prealpina, sta incontrando un significativo successo. Al punto che a breve questo modello di ospitalità potrebbe estendersi a lavoratori stranieri in cerca di un’oasi di Belpaese dove connettersi con il resto del mondo.

L’idea affiora da un terreno fertile, dove una mobilità sensibilmente ridotta sotto l’aspetto del turismo trova nel lavoro occasione di rilancio. Dimostrano di comprenderlo i cinque ventenni che a Ferrara hanno dato vita a Smace, start-up il cui acronimo è ricavato da inizio e fine della frase “Smart Work in a Smart Place”. Pochi mesi di attività bastano perché trovino spazio sulle colonne del Sole 24 O Ore e del Resto del Carlino, dove si apprende dei “pacchetti” che propongono alle aziende per dislocarvi i propri dipendenti, maggiormente motivati nel rendimento una volta alloggiati in una delle tredici strutture convenzionate con Smace, spaziando dai Sassi di Matera alle colline del Senese.

Ma, diciamo la verità, questa dislocazione dei “cervelli”, sia umani che informatici, all’ombra di ulivi secolari o nel cuore di una contrada medioevale, assume anche l’aria di una vera e propria “fuga”, che ha peraltro tutte le ragioni del mondo. Un sondaggio sullo Smart Working effettuato dalla piattaforma Linkedin, che raggruppa gratuitamente 675 milioni di utenti attorno alle problematiche della ricerca di lavoro, fornisce queste percentuali: un 46% di individui affetti in varia misura da forme di stress e ansia insorte restando otto ore al giorno davanti al computer in spazi familiari spesso faticosamente condivisi con altri “forzati” del lockdown; un 22% ormai incline a giornate lavorative oltre le dieci ore, con frequenti sforamenti fino a sera inoltrata; un 36% disposto ad ammettere di fingere di lavorare per una porzione di tempo al giorno a causa di un innegabile disagio psicofisico.

D’altra parte, chi può permetterselo perché naviga sopra oceani di denaro, programma il post-covid nel segno di un ritorno, magari diverso rispetto a prima, ma comunque pieno, nonché foriero di novità, al ritorno del lavoro in presenza e del contatto fisico. Vedi Google che, per bocca del suo CEO Sundar Pichai, annuncia un piano di investimenti da sette miliardi di dollari destinati a creare diecimila nuovi posti di lavoro distribuiti in sedi e centri di raccolta dati a loro volta nuovi, sparsi in diciannove stati degli Usa. La ragione addotta da Pichai consiste nella volontà di Google di accentuare la propria presenza in territori dove la ripresa partirà necessariamente dal basso, dal chilometro zero piuttosto che dagli spostamenti aerei, dal contributo creativo della nascente start-up accanto a quello dei Big Player dell’industria o della comunicazione.

Il professor Luca Solari afferma che una prospettiva del genere non deve essere esclusiva di colossi come Google. E proprio per questo motivo il docente sta guidando il gruppo di lavoro creato attorno all’esperienza di Smart Alliance, il cui varo è stato promosso dal consorzio Elis con il sostegno tecnologico e scientifico di una multinazionale giapponese come NTT Data, votata alla consulenza strategica delle imprese. “La prima caratteristica del lavoro che torna in presenza consiste nella sua stretta necessità, dovuta alle opportunità offerte da determinati spazi fisici e dall’uso di particolari tecnologie: qualcosa che a casa non si può fare, per essere chiari” spiega Solari, che poi chiarisce quali sono le tre aree tematiche non comprimibili dentro la prassi dello Smart Working: la ricerca e assunzione di nuovo personale, i processi di innovazione produttiva e la complessità di determinati problemi da affrontare.

“Sono problematiche comuni a qualsiasi tipo di impresa – continua Solari – ragione per cui Smart Alliance propone alle aziende di condividere, con una continuità che sarà verificata sul campo, stabili dotati di spazi e risorse tecnologiche in cui affinare determinati processi e svolgere precise mansioni finalizzate a produzioni sostenibili”.

Due sono le implicazioni che una terza via di questo genere porta con sé, secondo Solari: “una crescita tecnologica significativa e la formazione di nuovo personale, destinato in futuro a gestire, con ruoli organizzativi e consultivi questi luoghi di lavoro”. “In Italia la prima è più carente della seconda – precisa il docente – ed è una questione di cultura, prima ancora che di risorse economiche. Faccio un solo esempio, che riguarda la scarsa dimestichezza delle nostre imprese con piattaforme più agili e virtuose di altre per webinar, video-conferenze e condivisioni di vario genere. Si tratta innanzitutto di informarsi, e poi di spendere”.

“Ma gli orizzonti sono più rosei di quanto si creda – conclude Solari -e riguardano la straordinaria diversità che caratterizza l’Italia anche da un punto di vista imprenditoriale. È un Paese che, con i suoi mille campanili e le sue infinite nicchie produttive, una volta finita quest’emergenza, può dare vita a un nuovo Rinascimento”.