Tecnologia per la smart city: quali rischi?


Uno studio statunitense sottolinea il rischio di un uso illegittimo e distorto di tecnologie e digitale: come puntare alla smart city senza ledere la società

Se da un lato l’obiettivo della maggior parte delle nazioni è sicuramente quello di andare verso a città sempre più intelligenti e sostenibili, le tecnologie proprio per la Smart City potrebbero nel tempo portare a circostanze non previste con rischi per i diritti civili.
Ad affermarlo è un recente studio condotto dal Belfer Center for Science and International Affairs’ Technology and Public Purpose Project della Harvard Kennedy School.

Secondo la ricerca, infatti, se la libertà negli spazi pubblici ha svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo della democrazia, come visto ad esempio in occasioni delle manifestazioni dell’estate 2020 successive all’omicidio di George Floyd, è vero che il Dipartimento di Polizia di San Diego ha utilizzato telecamere inserite in alcuni lampioni intelligenti per sorvegliare gli stessi manifestanti. Nello specifico, si tratta di telecamere installate all’interno di un preciso programma di sviluppo di Smart City cittadino, per controllare il traffico e monitorare la qualità dell’aria. Niente a che fare, quindi, con i motivi per i quali sono poi state effettivamente messe alla prova: da qui, dunque, la preoccupazione per un uso erroneo della tecnologia per la Smart City che potrebbe mettere a repentaglio privacy e diritti civili in generale.
Il rapporto, poi, focalizza l’attenzione su quegli hardware e software che possono identificare gli individui: tecnologie che potrebbero talora determinare rischi per la privacy degli individui, con informazioni estratte che potrebbero avere un impatto diretto sul modo di funzionare della società, secondo l’autrice dello studio.

Digitalizzazione necessaria, ma quali attenzioni

Come in ogni sua applicazione, l’uso del digitale è ormai parte integrante del nostro mondo e lo sarà sempre più. Idem per la Smart City di domani (ma anche già di oggi, in molti casi). Con un occhio di riguardo nei confronti di eventuali rischi.
Secondo lo studio, infatti, il primo tra questi è sicuramente il tolitarismo, sistema nel quale la stessa tecnologia viene usata senza considerare la volontà del popolo: in questo caso, se il governo utilizza la tecnologia di tracciamento senza condivisione o processi decisionali democratici, questo atto dovrebbe considerarsi come totalitario. Cosa fare? Meglio optare per una maggiore partecipazione dei membri della comunità ai piani di sviluppo delle città.
L’autrice parla poi di “panopticonismo”, possibilità che la videosorveglianza sia a portata di mano per molti, cosa che potrebbe quindi mettere a rischio la privacy e la sicurezza generale delle persone per via della grande mole di dati raccolti spesso oggetto di violazione.
Rischio aumento di discriminazione, come nel caso dell’uso di sistemi di riconoscimento facciale per colpire segmenti specifici della popolazione e quello di portare la stessa società verso un’infrastruttura governativa più privatizzata, fino a sostituire i servizi pubblici, la democrazia con il processo decisionale aziendale e portare le agenzie governative a sottrarsi alle protezioni costituzionali e alle leggi sulla responsabilità a favore della raccolta di più dati.

Le soluzioni

Il rapporto suggerisce alcune raccomandazioni, tra le quali quella di ridurre all’osso la raccolta e l’uso dei dati di identificazione, imponendo limiti fissi all’accesso delle forze dell’ordine e ponendo fine alla profilazione ad alta tecnologia. Inoltre, la società dovrebbe spostare il focus e l’obiettivo finale oltre l’efficienza delle stesse soluzioni tecnologiche, riformulando le sfide sociali grazie al digitale e non in funzione dello stesso.