FTTH, Baldin: “l’Italia non può più aspettare”


FTTH, l’acronimo che sta per Fiber To The Home, fibra dentro casa, in Italia è ancora “troppo sconosciuto”. Non solo dal punto di vista linguistico, ma pure da quello applicativo, ancora più importante per le prospettive di sviluppo del nostro Paese, legate in modo indissolubile allo sviluppo dell’economia digitale. Tanto da lasciar presagire, a proposito di velocità della rete, il mancato rispetto degli impegni presi in ambito europeo per la fine del 2020, quando il totale delle connessioni italiane dovrebbe essere dai 30 megabit al secondo in su, dei quali almeno il 50% uguale o superiore a 100 Mbit/secondo: risultato, quest’ultimo, conseguibile solo in presenza, appunto, di una significativa accelerazione nell’adozione di impianti in modalità FTTH.

Ne parliamo con Luca Baldin, Project Manager della fiera Smart Building Expo, in programma dal 13 al 15 novembre prossimi a Milano. “Credo anch’io che l’obiettivo dell’Agenda Digitale Europea sia a rischio, e per dirlo mi baso su dati reali e numeri concreti – spiega Baldin – e cioè quelli contenuti nel freschissimo osservatorio trimestrale delle Comunicazioni dell’Agcom, l’Autorità per le garanzie delle comunicazioni. Scorrendo i grafici contenuti nello studio, appare evidente come, malgrado i trionfali annunci degli addetti ai lavori,  le connessioni più evolute, ovvero quelle che consentono davvero di andare veloci, siano ancora latitanti in Italia e, soprattutto, crescano a ritmi del tutto insufficienti.

A che dati si riferisce nello specifico?

Ad uno in particolare, che colpisce: nel quinquennio 2014-2018 le connessioni Fiber to the home sono cresciute soltanto da 300.000 a 760.000”.

È oltre il 100%, non sembra poco…

“E invece è pochissimo se si considera che nello stesso periodo le connessioni in modalità FTTC, ovvero Fiber To The Cabinet, ovvero quelle in cui la fibra arriva fino alla cabina di distribuzione lungo le strade, sono passate da un dato analogo, 310.000 accessi del 2014, ai quasi 5.800.000 attuali, segnando un aumento vicino al 2000%.

Da cosa è dovuta questa crescita difforme?

“Due tassi di crescita così differenti evidenziano oltre ogni ragionevole dubbio che c’è qualcosa che non torna in questo quadro e, a mio giudizio, sono la prova di una chiara difficoltà degli operatori nell’affrontare il tema dell’ultimo metro o, se si vuole, della tratta verticale della rete”. A parole sembra andare tutto bene, ma nella pratica entrare nei condomini è impresa alquanto difficile, come sanno benissimo i tecnici”.

E la conseguenza è la mancata adozione della fibra, da cui la lenta evoluzione in termini di velocità di navigazione.

“Esatto, a settembre 2018 (sono sempre dati Agcom) solo il 41% degli italiani viaggiavano a più di 30 Mbit/sec, dei quali solo un fortunato 16% sfondava il tetto del 100 Mbit/sec. Il tema dell’ultimo metro è quindi cruciale, e vale la pena ricordare che i precedenti Governi avevano dimostrato sensibilità sull’argomento, promulgando provvedimenti che in teoria avrebbero dovuto semplificare la vita agli operatori per “chiudere il cerchio” della rete in fibra fino a casa.

Cosa non ha funzionato?

“Certamente l’informazione, scarsa a tutti i livelli, ma anche qualche rigidità difficilmente spiegabile, come il rifiuto da parte degli operatori di utilizzare impianti esistenti per legge, come i cosiddetti impianti multiservizi, che potrebbero consentire di accelerare in modo significativo il completamento della rete in modalità Fiber to the home”.

Cosa frena gli operatori all’utilizzo di questi impianti?

“Direi da una parte una distorsione che vuole tradizionalmente che l’impianto di TLC di proprietà dell’operatore giunga fino alla borchia dentro casa, che era spiegabile quando avevamo a che fare con un monopolista pubblico e con una rete in rame, ma che oggi lo è molto meno; dall’altra la preoccupazione che la tratta verticale della rete sia all’altezza del servizio richiesto e fissato dai contratti con gli utenti, ovvero una richiesta di certificazione dell’impianto e di chi lo realizza e la garanzia del rispetto delle SLA (tempi e modalità di intervento in caso di guasto)”.

 

La seconda motivazione sembra molto di buon senso, ma cosa si potrebbe fare per ovviare al problema e accelerare il processo, come ci chiede l’Europa e prima ancora la competitività del Paese?   

“In realtà il problema sarebbe facilmente superabile, almeno per quanto riguarda gli edifici nuovi o profondamente ristrutturati in cui la predisposizione alla ricezione a banda larga è obbligatoria (Art. 135bis del Testo Unico dell’Edilizia). Basterebbe pensare che tutte le altre commodity a cui siamo abituati (luce, acqua, gas) arrivano al nostro appartamento attraverso una rete mista, in parte del gestore della rete (fino ai contatori) e in parte privata (quella dentro l’edificio, parte comune e parte del singolo proprietario). In quei casi, come noto, ognuno risponde per la tratta di sua competenza. Se nel suo appartamento c’è una perdita di acqua, non le verrebbe mai in mente di chiamare la società che eroga il servizio, bensì l’amministratore di condominio che presumibilmente ha un tecnico di fiducia da far intervenire…”

Quindi  sarebbe sufficiente equiparare il servizio di Telecomunicazioni alle altre commodities, per giunta assai più pericolose; ma non esiste un contatore per i servizi dati”.

“Certo che no, ma l’impianto normato dalla guida CEI 306/22 prevede la predisposizione di un CSOE (Centro servizi ottici d’edificio posto alla base dello stesso) che altro non è che il punto d’ingresso delle rete pubblica nell’edifico, quello di cui hanno bisogno gli operatori per accendere la loro fibra, da quel punto in poi dovrebbe essere un problema del condominio e del proprietario, come suggerisce anche la recente liberalizzazione dei modem”.

E questo potrebbe accelerare il processo di modernizzazione della rete?

“Senza dubbio, basti pensare che nei tre anni abbondanti dall’entrata in vigore del 135 bis (luglio 2015) sono state rilasciate in Italia non meno di 60.000 licenze edilizie a cui avrebbero dovuto corrispondere altrettanti impianti idonei a trasformare una rete FTTB in FTTH e questi impianti potrebbero costituire anche un esempio virtuoso da ribaltare sugli edifici esistenti, che non di rado si trovano di fronte alla necessità di aggiornare i loro impianti”.

 

Le parole di Baldin evidenziano gli equivoci che minano ad oggi una piena e totalizzante diffusione della fibra. Quest’ultima – si sosteneva – sarebbe quasi venuta da sola, alimentata dall’intraprendenza delle Telecom, attivando milioni di contratti con gli utenti italiani. Ma, come il ciclismo insegna, “ultimo chilometro”, non significa traguardo, avvertendo caso mai che si può ancora essere superati e sconfitti. Fiber to the home resta invece l’unico, vero obbiettivo.

Viene da pensare che gli operatori restino attratti dalla prospettiva monopolistica, in base alla quale i vari Tim, Open Fiber, Vodafone, Fastweb e Wind Tre punterebbero ad assicurarsi tutte le connessioni di ogni singolo lotto, quando invece è ragionevole, nonché conveniente per la diffusione della fibra, lasciare all’utente libertà di decidere.

In ogni caso nessuno, al momento attuale, né fra le Telecom, né fra le istituzioni, sembra farsi carico del problema di fondo connesso a questa lentezza italiana, ovvero la necessità per il nostro Paese di tenere fede agli impegni presi a livello europeo quanto a connessioni.

“Occorre urgentemente fare il punto della situazione – conclude Baldin – perché sia gestori Telecom che istituzioni italiane, ma non di meno gli utenti hanno ogni interesse a correre ai ripari per una diffusione integrale della Fiber to the home”.

 

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