Prepariamoci a ripartire

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Da qualche giorno il tema dominante sugli organi di stampa sta passando, lentamente ma inesorabilmente, dall’emergenza sanitaria (è orribile a dirsi, ma a tutto ci si abitua) alla ripresa dopo il lockdown da Coronavirus. La politica torna a litigare sul quando e sul come, le associazioni di categoria e i sindacati spingono ognuno a vantaggio dei propri associati e, in questo silenzio che ci avvolge da settimane, se si ascolta con attenzione, si sentono già i motori che si stanno scaldando per la ripartenza che, a parole, tutti vorrebbero graduale, ma che sarà difficilissima da governare, perché tutti hanno bisogno di tornare a lavorare e molti sono disposti a farlo anche correndo qualche rischio.

Dovendo dare delle priorità, stando anche alle proiezioni dell’Imperial College di Londra che stima che il contagio in Italia abbia già toccato oltre sei milioni di persone, con una percentuale di decessi che si attesterebbe allo 0,2%, in attesa dell’agognato vaccino, mi preoccuperei molto di mettere in sicurezza le categorie più deboli (anziani e pazienti con patologie multiple e gravi), visto che sembrano essere le uniche seriamente in pericolo. Per contro consentirei gradualmente alle imprese di riprendere la loro attività e ai ragazzi di tornare a scuola (il tasso di letalità del virus nei giovani fino a trent’anni è zero). Ma questa è solo un’opinione personale, costruita su dati statistici estremamente variabili e di cui nessuno ha davvero certezza.

Rimane il fatto che prima o poi – meglio prima – il mondo dovrà riprendere il suo corso da dove l’aveva lasciato. Scoprendo probabilmente che tutto non è più com’era prima e che lo stop and go ha modificato numerosi parametri a cui eravamo abituati o, quanto meno, che davamo per scontati.

È il parere, per esempio, di Jeremy Rifkin, guru mondiale nel campo dell’economia associata all’ecologia, che vede all’orizzonte una rivincita del “glocal” ai danni del “global”, con impatti significativi nello studio, nel lavoro e nella vita sociale e un’accelerazione significativa nel processo di decarbonizzazione dell’economia, che potrebbe costituire l’unica buona notizia di questa fase storica.

Già in un precedente articolo mi sono soffermato sui guasti del nostro sistema che l’emergenza ha reso evidenti. Avevo evidenziato i ritardi della rete BUL e della pubblica amministrazione (è di oggi il crash del sito INPS assediato dai lavoratori autonomi alla caccia del contributo speciale di 600 euro); il fatto che la presenza di numerose aree del Paese ancora in digital divide o con connessioni scadenti costituisca non più un tema tecnico, ma un gap di democrazia e di giustizia sociale, dal momento che comporta il privare di servizi essenziali una fetta di popolazione; ma anche le carenze strutturali della nostra scuola e dei nostri ospedali, impoveriti dai tagli degli ultimi decenni e resi fragili di fronte all’emergenza.

Aggiungo a quella lista ora l’odioso ribaltamento sulle famiglie di tali problemi, evidenziando tutte le loro debolezze in termini di cultura digitale, dotazioni, spazi idonei per poter anche solo immaginare di fare smart working o e-learning; non parliamo delle richieste di assicurare luoghi idonei alla quarantena dei contagiati o dei convalescenti in appartamenti di 80 mq. E ancora la situazione disastrosa delle nostre carceri, dove non a caso si è sfiorata la rivolta generalizzata. E per chiudere, la situazione straziante delle migliaia di senza fissa dimora, della cui esistenza tutti improvvisamente ci siamo accorti, visto che erano gli unici per strada, a cui si è tentato di applicare regole di confinamento, a ragion di logica, inapplicabili.

Case, ospedali e strutture sanitarie intermedie e di prossimità, carceri, scuole.  Passata la fase emergenziale e di puro sostegno alle strutture economiche a rischio default, sembrano e potrebbero essere quattro capitoli di una lista di priorità che un futuro Governo dovrebbe darsi per un programma di rilancio economico centrato sull’edilizia sostenibile, da sempre uno dei migliori moltiplicatori di ricchezza per qualsiasi Paese.

Mettere mano con i fondi straordinari mobilitati dall’emergenza Coronavirus ad un imponente “piano casa” non sembra essere una cosa impossibile, anzi, è una vera opportunità. Non parliamo certo di una nuova ondata di cementificazione stile boom economico; ma di un’azione centrata sulla sostituzione e sulla ristrutturazione, sul social housing e sulla conversione green delle nostre abitazioni, rispettosa delle priorità evidenziate dall’emergenza, che ci parlano del fatto che non si dovrà, né si potrà più costruire come prima, a partire dagli spazi e dalle tecnologie, che dovranno considerare come “normale” il fatto che per lavorare si possa stare a casa propria, magari non sempre, ma certo più di prima. O che la scuola possa integrare la propria offerta formativa attraverso attività a distanza, con i ragazzi che devono poter disporre di spazi idonei e tecnologie per potervi partecipare. O ancora che un anziano possa essere assistito a casa e non in ospedale, fintanto che il ricovero non si renda davvero indispensabile.

Ma si dovranno anche adottare linee di finanziamento importanti per convertire a aggiornare il patrimonio edilizio pubblico: quindi strutture sanitarie (secondo un modello meno centrato sull’ospedale), scuole e strutture di detenzione. Una triade che ha subito terribilmente le ingiurie di una politica economica pubblica basata sui tagli di ciò che era essenziale, e ce ne siamo accorti tutti, brutalmente.

Lo stesso concetto di “smart city” è oggetto di revisione in queste giornate, valorizzando più gli aspetti di resilienza che quelli legati a velocità e competitività. In questo senso dovremo farci trovare pronti a livello urbano rispetto a trend che stanno emergendo, tra i quali colpisce una propensione al riutilizzo del mezzo di trasporto privato, ma elettrico.  Anche questa è un’indicazione su dove puntare per la ripresa, in armonia con gli enunciati di Rifkin: ovvero sulle infrastrutture green. Una rete nazionale di ricarica elettrica capillare è un grande progetto tutto rivolto al futuro, così come la promozione della nascita di comunità energetiche locali, bastate sulla produzione di energia attraverso fonti rinnovabili. Nuovi paradigmi glocal, tanto quanto la rinascita del commercio di prossimità, ma anch’esso completamente rivisitato e “in rete”.

Che l’intervento pubblico per il rilancio economico sia necessario ed urgente dopo l’ecatombe che ci ha colpiti, è cosa condivisa da tutti. Importante per il nostro Paese sarà scegliere di non limitarsi a leccarsi le ferite, bensì di cogliere l’occasione per puntare su investimenti strutturali in grado di rilanciare il Paese rendendolo più attrattivo e competitivo e, magari, anche più giusto. Questa sarà la vera sfida che ci attende.